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Sabato 17 Gennaio 2026
L’era del marketing digitale. «Giovani, siate curiosie non smettete di formarvi»
L’intervista Erik Senesi, docente di scuola e università, lavora nel mondo digital. «Il mio compito è smontare convinzioni sbagliate e costruire competenze»
Da diversi anni Erik Senesi lavora nel mondo digital, con esperienze aziendali, e come formatore e docente tra scuole superiori, università, ITS e corsi privati. Esperto di marketing e digitale, ha accompagnato intere generazioni di studenti e giovani professionisti nel loro ingresso nel mondo del lavoro, osservandone da vicino cambiamenti, potenzialità e fragilità. Dal 2019 è alla guida di Flip Up, digital marketing agency. Con lui abbiamo parlato di nuove generazioni, formazione e futuro delle competenze.
Cosa è cambiato nei giovani che si avvicinano al marketing e al digitale?
Insegno da quando avevo 25 anni e oggi sono passati tredici anni. Il cambiamento più evidente è legato alla sovra-informazione. I ragazzi arrivano convinti di essere già formati perché hanno visto contenuti online, sui social o su TikTok. Il problema è che spesso quella non è formazione, ma semplificazione estrema o addirittura disinformazione. La prima fase del mio lavoro oggi è “togliere”: smontare convinzioni sbagliate, riportare alla realtà, e solo dopo costruire competenze vere.
Quindi il primo passo non è aggiungere conoscenze, ma fare chiarezza?
Esatto. È un lavoro preliminare indispensabile. Poi, una volta fatto questo, emergono ragazzi molto validi. Io vedo stagisti che sono avanti anni luce dal punto di vista tecnologico. Hanno dimestichezza con strumenti e linguaggi che io stesso ho dovuto imparare dopo. Qualche anno fa mi parlavano di TikTok e pensavo fosse una moda inutile. Oggi è uno strumento centrale. Questo dimostra che le nuove generazioni non sono meno preparate, semplicemente crescono in un contesto diverso.
Spesso si sente dire che i giovani non hanno voglia di lavorare. Lei cosa ne pensa?
È una frase che si ripete da generazioni. Io invece vedo due grandi gruppi: chi vuole capire per poi fare, e chi non ha ancora maturato questa consapevolezza. I primi sono straordinari, perché hanno accesso a informazioni ovunque e sanno usarle. Anch’io, in fondo, sono in gran parte autodidatta. La differenza la fa la volontà di andare in profondità.
Quando è in aula, si sente più un docente tradizionale o qualcosa di diverso?
Mi sento un collegamento tra il mondo accademico e la realtà. Questo è il mio ruolo principale. Troppo spesso i ragazzi studiano programmi scollegati dal lavoro reale e quando arrivano in azienda si trovano spaesati. I percorsi migliori sono quelli che prevedono docenti-professionisti e stage lunghi, lì il divario si riduce davvero.
Come si uniscono teoria e pratica nella formazione al marketing?
Parto sempre da un concetto semplice: si viene pagati per i problemi che si risolvono. Il valore di una persona sta nelle competenze che possiede e che mette al servizio degli altri. Questo cambio di mentalità è fondamentale. L’altro pilastro è la responsabilità personale. Io parlo di “causa attività”: ciò che ti succede dipende anche da quello che fai. Vale per lo studente, vale per il dipendente, vale per l’imprenditore.
Quali sono invece le principali carenze che riscontra nei giovani?
La prima è la difficoltà di concentrazione. Viviamo immersi in contenuti brevi, veloci, frammentati, e questo riduce la capacità di attenzione. La seconda è la poca profondità nello studio: si confonde l’informazione con la formazione. Si guarda un video, ma non si legge, non si approfondisce.
Anche nelle aziende servono nuovi modelli formativi?
Assolutamente sì. Nella mia azienda, ad esempio, una volta al mese ci fermiamo per fare formazione. Produzione bloccata, telefoni spenti: si studia. Ma non con una persona che parla e venti che ascoltano. Tutti studiano, manuali alla mano. La formazione deve essere strutturale, non accessoria».
Come cambierà il ruolo del formatore?
«Cambierà il metodo, non la sostanza. Un buon formatore è responsabile del risultato: se lo studente non arriva all’obiettivo, il problema è anche suo. Questo non cambierà. Quello che deve cambiare è l’uso degli strumenti, in primis l’intelligenza artificiale».
Che ruolo avrà l’intelligenza artificiale nella formazione e nel lavoro?
È un acceleratore potentissimo. Ma non è una scorciatoia. Funziona solo se c’è una base di conoscenza. È come una dieta: se non sei dietologo e ti affidi solo a uno strumento, rischi grosso. Se invece hai competenze, puoi moltiplicare il tuo lavoro. L’AI non ruberà il lavoro, ruberà il lavoro a chi non saprà usarla.
Le competenze umane resteranno centrali?
Sì, ma solo per chi avrà conoscenza. Il paradigma sta cambiando: non sarà più la macchina a controllare l’uomo, ma l’uomo a controllare la macchina. Chi non ha basi solide verrà superato, soprattutto nei lavori ripetitivi.
Un consiglio per un giovane che vuole lavorare nel marketing?
Essere curioso. Studiare, testare, aggiornarsi continuamente. È un settore che cambia di settimana in settimana. Se perdi la curiosità, resti indietro.
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