L’uscita di Roberto Vannacci dalla Lega ha scatenato le ire del centrodestra che teme le imprevedibili ripercussioni alle prossime elezioni. In verità, occorre ammettere che se Atene piange, Sparta non ride.
Infatti, tre anni e mezzo dopo la disfatta elettorale, a tutt’oggi l’opposizione non è ancora riuscita a superare le molteplici antinomie identitarie che caratterizzano il rapporto tra Pd e 5 Stelle che restano due forze strutturalmente diverse. Il Partito democratico, nato dalla fusione tra Margherita e Ds, è un partito che vanta una solida cultura europeista e riformista. Al suo interno convivono sensibilità diverse di chiara ispirazione socialdemocratica e cattolico-democratica. Dopo un profondo travaglio interno, da cui sono sortite numerose defezioni, il Pd ha maturato una forte cultura di governo da cui discende una chiara contiguità con le componenti più progressiste dell’establishment che apprezzano la sensibilità istituzionale del partito e la sua vocazione alla mediazione. Malgrado questo, la classe dirigente del partito democratico si compone di figure di modesta caratura politica e di una leadership poco autorevole.
I sondaggi indicano in modo inequivocabile che esiste una parte cospicua dell’elettorato di sinistra che ritiene la Schlein incapace di battere Giorgia Meloni la quale, oltre a contare su una maggiore coesione della sua coalizione, gode di un supporto mediatico incomparabilmente superiore. In verità, sarebbe semplicistico imputare il deficit di autorevolezza di Elly Schlein solo alle modalità di comunicazione e allo scarso appeal personale, come vorrebbero alcuni commentatori.
C’è altro. Occorre ammettere che il Pd deve avere il coraggio di scongiurare le tentazioni movimentiste di Elly Schlein che, va detto, collidono con il pragmatismo e lo spirito di quella componente che si identifica nel “partito dei sindaci”. Non solo. Negli ultimi anni è emersa in modo dirompente una domanda di sicurezza che non riguarda solo la criminalità comune ma anche il degrado urbano, l’immigrazione irregolare, le periferie abbandonate, la percezione di perdita di controllo del territorio. Piaccia o no, la sicurezza rappresenta un tema sul quale la destra continua a fondare gran parte delle sue fortune attraverso una narrazione tambureggiante che vede la sinistra in palese difficoltà. Elly Schlein è chiamata a ricoprire un ruolo verosimilmente più grande di lei dato che, per vincere le prossime elezioni, dovrà rendersi protagonista di una torsione che potrebbe risultare indigesta a molti elettori di sinistra.
L’agenda politica del Pd non può più derubricare il tema della sicurezza utilizzando le solite formule demagogicamente inclusiviste. Per recuperare una parte delle astensioni, la sinistra deve ascoltare quell’elettorato che si sente abbandonato e, nel contempo, deve aprirsi all’universo delle partite Iva di cui l’opposizione stenta tuttora ad interpretare il profondo disagio imputabile ad una fiscalità vessatoria e ad una burocrazia inefficiente.
Il vezzo di ritenere gli autonomi un esercito di occhiuti lestofanti non aiuta a comprendere le ragioni di un consenso che confluisce massicciamente verso la destra anche per l’insipienza di un approccio ideologico poco consono ad un partito che aspiri a governare. Resta il tema delle alleanze. Se a destra Giorgia Meloni si vede costretta a coesistere con Matteo Salvini e Roberto Vannacci, a sinistra Elly Schlein è obbligata a coltivare il rapporto con il Movimento 5 Stelle che, va rammentato, è germogliato dalle piazze del vaffa-day di Beppe Grillo. Le differenze tra Pd e i 5 Stelle non sono trascurabili. ma, per vincere, non ci si può permettere di essere schifiltosi. La coesistenza tra i due partiti si fonda su una competizione complicata che dovrà sciogliere, in primis, il nodo della leadership. Inutile nasconderlo, allo stato una coalizione guidata da Elly Schlein o da Giuseppe Conte risulta perdente. Lo dicono i sondaggi ma, soprattutto, lo dimostra la rassegnazione del popolo di sinistra che attende una svolta che nessuno dei due leader è in grado di garantire. Servono un programma unitario, una nuova classe dirigente e, soprattutto, una leadership forte, autorevole e con un volto nuovo in grado di far tornare alle urne quella parte di elettorato che la politica ha tradito.
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