Winston Churchill, con il sottile ma implacabile disprezzo che nutriva nei confronti degli esseri umani - soprattutto se indiani, italiani, messicani e altra gentaglia del genere -, sosteneva che il miglior argomento contro la democrazia era una conversazione di cinque minuti con l’elettore medio.
Lo statista britannico aveva capito perfettamente quanto fosse inaffidabile, melliflua e umorale l’opinione pubblica di massa, quanto facile preda della demagogia, della superficialità e dell’ignoranza e quanto si rivelasse frustrante per un premier avere a che fare con elettori disinformati sulle decisioni della politica. E stiamo parlando di ottant’anni fa, quando non c’erano televisione, social, intelligenza artificiale, algoritmi e tutto il resto delle tecniche sopraffine della manipolazione globale. Meglio una dittatura o un principato o un’oligarchia, insomma, meglio qualsiasi cosa piuttosto che mettere nelle mani di un branco di ottusi le sorti di un paese, sembrava chiosare, con ironia tipicamente british, quello che invece è stato un eroe assoluto della democrazia, il gigante che ha prima resistito e poi sconfitto il nazismo - un po’ come noi italiani, vero? - e che infatti è stato ripagato dall’elettore medio di cui sopra con un bel calcio nel sedere alle prime votazioni dopo la guerra. Quando si dice la riconoscenza del popolo bue.
Da lì in avanti, in maniera strisciante, ma implacabile, soprattutto nella nostra bella Italia, terra di statisti che tutto il mondo ci invidia, i politici ne hanno preso atto e hanno superato di gran lunga il livello di demagogia, di infantilismo, di analfabetismo costituzionale e di incontinenza verbale dell’elettore medio di churchilliana memoria. Sono in Parlamento - anche se in verità non ci stanno mai - ma sembra che stiano in fiaschetteria. Non sanno niente e parlano di tutto. Parlano di tutto e non sanno niente. Uno sbraita, un altro ulula, un terzo strabuzza gli occhi, un quarto la butta in caciara, un quinto vaneggia di fascisti e di comunisti, di toghe rosse e di squadracce nere, manca solo un gatto morto che vola sul palcoscenico per ritrovarsi in un film di Fellini.
In questa atmosfera circense, il caso del poliziotto di Rogoredo è una delle vicende più spassose, tragicomiche e pedagogiche degli ultimi anni, e dimostra quale sia il livello della nostra classe politica e, di conserva, quale sia il nostro di livello. Un livello da scuola elementare. Un livello da osteria. Un livello da mercato del pesce. Un poliziotto spara a uno spacciatore marocchino, uccidendolo, e dopo un nanosecondo, senza che si sapesse niente, senza che ci fossero informazioni, senza che esistesse la benché minima ricostruzione del fatto, abbiamo visto, in sequenza, un politico, che teoricamente di mestiere farebbe il vicepresidente del consiglio, dire che lui si schierava con il poliziotto “senza se e senza ma” - frase priva di alcun senso giuridico per chiunque abbia superato le scuole dell’obbligo - e poi, non pago, criticare aspramente il magistrato che aveva aperto un’inchiesta sul caso - atto leggerissimamente obbligatorio - perché sui poliziotti a suo avviso non si indaga a prescindere, e per finire in gloria alcuni iscritti del suo partito sono pure andati in commissariato per consegnare una medaglia all’eroe senza macchia e senza paura.
Nel frattempo un altro politico, che teoricamente di mestiere farebbe addirittura il presidente del consiglio, è andato di persona a Rogoredo a ringraziare gli agenti per il loro lavoro - e ci mancherebbe altro, anche se nulla ha a che vedere con il fatto specifico -, il suo partito ha preteso l’innocenza a priori del poliziotto qualunque cosa fosse successa, l’assessore regionale alla sicurezza si è presentato in Questura per solidarizzare con lui e tutto il resto del caravanserraglio che avete visto e che potete ben immaginare, perché ormai questi qui lo sappiamo a memoria come si muovono. Si occupano di tutto, parlano di tutto, comiziano su tutto, dimenticandosi solo di una piccola cosa: la realtà.
E infatti quando si è scoperto, con tanto di prove, testimoni e confessione, che a Rogoredo non si era trattato affatto di legittima difesa, ma di omicidio volontario e che il cosiddetto eroico poliziotto era stato giustamente arrestato, ecco la divina transustanziazione. In un microsecondo gli integerrimi paladini dell’innocenza “senza se e senza ma” hanno immediatamente catoneggiato sul “tradimento della nazione”, sulla “necessità di essere implacabili” e sul fatto che adesso questo mascalzone deve “pagare tutto e pagare pure il doppio”. Dimenticandosi che, al momento, in questo preciso momento, il poliziotto non è stato condannato né in primo né in secondo né in terzo grado, e neppure rinviato a giudizio. E quindi, al momento, in questo preciso momento, è innocente, giusto per ricordare l’abc dello stato di diritto e giusto per ricordare ancora una volta il livello da terza media dei nostri politici di serie D.
Che prima decidono chi è innocente e chi è colpevole a prescindere, senza prove e senza sapere niente - se lo statista è di destra: il bianco è innocente, il negro è colpevole, il poliziotto è da premiare, il ladro è da sparare; se lo statista è di sinistra: il palestinese è un cherubino, l’ebreo è un nazista, il martellatore del centro sociale è un partigiano, il carabiniere è un killer - e dopo decidono pure la condanna, a loro piacimento, a loro scelta, come se non esistessero le garanzie, i processi, le leggi, i codici. Come se fossimo in Russia, in Cambogia o in Bolivia. Come se fossimo al circo. L’importante è dare il grano ai polli, il becchime ai capponi, una generosa innaffiata di demagogia stracciona a noi parco buoi, che ce li meritiamo questi qui, perché sono il nostro specchio, perché siamo noi, con le nostre panze, le nostre pappagorge, le nostre celluliti, il nostro conformismo, il nostro fariseismo, il nostro perbenismo, il nostro moralismo da quattro soldi, da repubblica delle vongole, da Festival di Sanremo, da film di Alberto Sordi. È proprio così. Ce lo meritiamo Alberto Sordi.
@DiegoMinonzio
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