
Il governo di Giorgia Meloni ha cominciato la corsa al podio degli esecutivi più duraturi della storia Repubblicana. Adesso è al quarto posto e nulla lascia pensare che non ce la farà a migliorarsi. Se passate la battuta potrebbe essere dura eguagliare l’ultimo presidente del Consiglio di destra che ha avuto questo Paese: Benito Mussolini, ma Silvio Berlusconi e Bettino Craxi sono alla portata della premier.
Certo: stabilità non vuol dire efficacia. E’ difficile tracciare un bilancio eclatante dell’attività della compagine governativa. Va detto che all’esponente di Fratelli d’Italia è capitato il momento peggiore per governare. Prima la guerra in Ucraina con le conseguenze sul prezzo dell’energia e le ricadute inflazionistiche, quindi il terremoto dei dazi di Trump sull’economia. Con le casse dello Stato in continuo debito di ossigeno è dura mantenere promesse che, però, forse non era neppure il caso di fare.
A essere cattivi si potrebbe affermare che sì il governo si è fatto notare più per gli sfondoni di alcuni ministri che non per provvedimenti e riforme che cambiano il paese. Le seconde sono ancora in itinere e, alcuni casi tipo premierato e autonomie, impantanate. E’ andata avanti, invece, quella della giustizia che potrebbe però essere ghigliottinata dal referendum. Ecco, magari questo potrebbe mettere a repentaglio la durata del mandato di Giorgia Meloni. Dalla sua, il presidente del Consiglio (lei vuole essere appellata al maschile) ha il precedente di Matteo Renzi. Si guarderà bene perciò dall’intestarsi la riforma, peraltro, più nel “core business” di Forza Italia che non in quello di FdI. Caso mai sarebbe il premierato a stare più a cuore all’inquilina di palazzo Chigi, che però ha fiutato l’aria e, con ogni probabilità, ne proporrà una versione più edulcorata e maggiormente digeribile anche di fronte all’inevitabile referendum che può scattare se non si raggiunge la maggioranza qualificata dei due terzi in Parlamento, cosa non possibile. Insomma Giorgia non è in grado di fare miracoli, ma neppure si può ridurla al rango di “influencer” come piace fare a Renzi, diventato il più arcigno degli oppositori all’esecutivo.
A essere stabile, stando ai sondaggi magari più che alle elezioni che però sono state perlopiù locali negli ultimi tempi, è anche il consenso del partito della presidente del Consiglio e di quelli dei suoi alleati. E questo è un dato su cui vale la pena di aprire una riflessione. Perché negli ultimi anni abbiamo assistito ad exploit elettorali che poi con il tempo si sono sgonfiati come un soufflè. E’ successo in primis a Renzi, a causa della sconfitta al referendum sulle sue riforme, ma anche all’altro Matteo della politica, Salvini e ai Cinque Stelle. Si sa che chi governa rischia una costante erosione dei voti. Fratelli d’Italia, nato, va ricordato con percentuali residuali, a quasi tre anni delle elezioni politiche, si mantiene sempre intorno al 30%. C’è poca osmosi dei consensi all’interno della maggioranza (qualche cosa tra Lega e Forza Italia che non scalfisce il partito del premier), ma lo stesso discorso si può fare, a livello nazionale, anche per l’opposizione.
Dopo anni di perturbazioni sembra di essere tornati ai tempi della Prima Repubblica, quando il consenso di principali partiti era stabile e difficile da smuovere. Succedeva in presenza di situazioni particolari. Il Pci era diventato la prima forza, ma alle elezioni europee del 1985 che si erano svolte poco dopo la morte di Enrico Berlinguer. La Democrazia Cristiana pagava qualche tributo quando si spostava troppo a sinistra. Bettino Craxi aveva risollevato il Psi che si era però poi stabilizzato senza mai raggiungere l’agognata quota del 15% che avrebbe consentito al “garofano” di svolgere il ruolo di “ago della bilancia” in qualunque coalizione. Con la caduta del Muro, Mani Pulite e la crisi delle ideologie, il consenso si era sgretolato con una quota significativa di elettorato che, dall’avvento della Seconda Repubblica, si è spostato dalla Lega di Bossi (in una prima fase storica solo al Nord), a Forza Italia, al Pd di Renzi, al movimento Cinque Stelle, al Carroccio di Salvini (questa volta in tutto il Paese) per approdare a Fratelli d’Italia, unica forza di opposizione del governo guidato da Mario Draghi.
Al netto della crescente quota di coloro che si rifugiano nell’astensionismo, questa quota di elettori sembra rimasta dov’è non tanto perché convinta dall’azione di governo, che, abbiamo già detto per tanti motivi non è stata molto efficace, quanto per una sorta di rassegnazione: dopo averli provati tutti e sperato in tutti, si è capito che non vale più la pena di cambiare, tanto il risultato è sempre lo stesso: cioè la delusione. Giorgia Meloni farebbe bene a non trascurare questa eventualità, così come Elly Schlein dovrebbe chiedersi come mai lei che rappresenta l’ultima “novità” sul mercato politico, non riesca, almeno stando i sondaggi, al calamitare nell’elettorato nomade. Salvo smentite, ma tra due anni, alle elezioni politiche.
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