Elezioni perché  il non voto ha un senso

Elezioni perché

il non voto ha un senso

E ridagli. A ogni elezione la percentuale degli astenuti aumenta. Tutte le forze politiche, vincitori e vinti, stracciano un’intera tintoria di abiti, poi avanti come prima fino al voto successivo. In realtà è il caso di rassegnarsi al fatto che il nostro modello di democrazia, quello nato con la Repubblica dopo vent’anni di fascismo che aveva abolito le consultazioni popolari, è ormai invecchiato. Quando gli italiani hanno potuto riprendere in mano una scheda elettorale la voglia di farlo era, com’è ovvio, ampia. A votare si andava lungo il confortevole binario delle ideologie e dell’appartenenza. Pensate alle donne che, in Italia, nel 1946 avevano acquisito per la prima volta dai tempi di Eva, il diritto a frequentare urne e cabine. L’abitudine è rimasta consolidata sino alla cosiddetta fine della Prima Repubblica che, in realtà, è stato il termine della vita dei partiti che avevano dato vita alla Costituzione, sepolti sotto le macerie del Muro di Berlino e le risme dei provvedimenti giudiziari di Tangentopoli.

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Francesco Angelini Capo redattore centrale

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