Editoriali / Como città
Lunedì 09 Febbraio 2026
I ciliegi di Como e una lezione del passato
da seguire
L’analisi La vicenda iniziata a novembre porta a pensare a un’altra storia comasca legata a un albero importante per la città: un ippocastano. Allora, al posto della pianta si sognava di costruire un autosilo...
Visto che in spregio al proverbio c’è chi, a Como, mischia i peri con i ciliegi, continuiamo la contaminazione tirando in ballo un’altra pianta. Anzi, un ex albero che ci ha lasciato otto anni fa, nel 2018, sotto l’amministrazione di Mario Landriscina, vittima della vetustà e dello smog. La sua era stata una vita gloriosa senza peraltro avere particolari meriti se non quello di essere un’essenza arborea. Si chiamava Ippocastano, e in sua memoria non resterà una piazza, ma un parcheggio, quello omonimo di via Aldo Moro. Che, nel 1990, (all’epoca, Prima Repubblica, seppure già scricchiolante…) avrebbe dovuto diventare un autosilo, una volta abbattuto l’ingombrante tronco. L’inquilino di palazzo Cernezzi si chiamava Angelo Meda ed era espressione non di una lista civica (un fenomeno che cominciava appena a fare capolino), ma di un partito. Anzi, del partito dei partiti e della partitrocrazia: quella Dc che aveva sempre governato Como nel dopoguerra e che solo nei primi due anni di quell’esperienza amministrativa aveva lasciato ad altri (nella fattispecie il socialista Sergio Simone) la poltrona di sindaco, salvo poi riprendersela, appunto con Meda.
Anche allora scesero in campo i cittadini (mescolati ai politici)
Quest’ultimo senza rendersene ovviamente conto è stato un Rapinese (che i partiti invece li “aborra”) ante litteram. Con la sua tenace volontà di abbattere l’ostacolo al suo autosilo, si era messo contro a un comitato di cittadini che volevano difendere il loro piantone, né più né meno dei residenti di via Venti Settembre con i ciliegi.
Anche in quei comitati, come è successo adesso, si erano infiltrati i politici (ambientalisti e di sinistra) e la tensione era salita anche più di quanto accade oggi: con il sindaco costretto a lasciare palazzo Cernezzi scortato e protetto dai vigili urbani (la definizione di polizia municipale è posteriore). Questa esperienza, almeno, finora, all’attuale primo cittadino non è toccata nonostante i fronti aperti rispetto ai cittadini siano parecchi. I difensori dell’ippocastano avevano occupato, ma in maniera pacifica, anche la redazione nel nostro quotidiano, allora non lontano dall’area di via Moro.
Ma la pianta ha resistito
Come è andata a finire la storia dell’ippocastano lo ha testimoniato per 28 anni la presenza dell’albero a dominare il parcheggio. E anche qui ci sono similitudini con i ciliegi. Non era stato il Tar o la Sovrintendenza a bloccare l’abbattimento, ma la magistratura nella persona del Procuratore della Repubblica di allora, Mario Del Franco.
Al di là delle analogie tra le due vicende, la differenza più evidente ed eclatante è che ai tempi dell’ippocastano era soprattutto tra politica e componenti civiche, quella di via Venti Settembre che pure ha parecchie sfumature “particolari” è un derby: sindaco civico contro “civici”. Va detto che il risultato non è cambiato e questo forse potrebbe far riflettere un po’ Alessandro Rapinese.
Magari sul fatto che essere un sindaco “non politico” non significhi necessariamente amministratore anche contro gli elettori, magari proprio per marcare la distanza con chi persegue il consenso a ogni costo. E che dialogare e confrontarsi ogni tanto anche con chi non la pensa come te, non ha effetti collaterali dannosi per la persona. Può essere invece che porti qualche effetto benefico alla città.
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