Quello che fa ridere della battuta da caserma non è tanto la battuta in sé, che di solito è volgare e penosa, ma il brivido clandestino che produce in noi. Che faccia farebbe il nostro carismatico direttore, il nostro vicino di casa che compulsa “Limes”, la nostra consulente finanziaria abbonata al “New York Times” e soprattutto noi stessi, così seriosi e così pomposi, nel vederci sghignazzare a una burinata del genere?
D’altronde, non tutti si divertono con Charlie Chaplin e Buster Keaton, e quindi che un comico di grana grossa come Andrea Pucci riempia regolarmente i teatri, così come i fratelli Vanzina (che non sono precisamente i fratelli Coen) riempiono i cinema e i Maneskin (che non sono precisamente i Radiohead) riempiono i palazzetti è del tutto normale. E di conseguenza che un comico molto nazional popolare come il Pucci di cui sopra venga invitato a co-condurre l’archetipo, l’emblema, la metafora degli spettacoli nazional popolari, e cioè il Festival di Sanremo presentato da Carlo Conti (che, a sua volta, non è precisamente Zavoli o Tortora), è del tutto coerente. Del tutto fisiologico. Del tutto condivisibile. E quindi, in un paese normale, tutta questa vicenda verrebbe chiosata con un olimpico chissenefrega.
Nella repubblica delle vongole, invece, apriti cielo. Appena Pucci ha postato una foto di spalle con il sedere al vento e la dida “Sanremo… sto arrivando” si è scatenato l’inferno, rigorosamente bipartisan, perché quando c’è da coprirsi di ridicolo qui in Italia destra e sinistra non prendono lezioni da nessuno. I cervelloni del Pd, che una ne fanno e cento ne pensano, in accordo con tutte le loro propaggini mediatiche, hanno scatenato una guerra di religione contro il comico fascista, razzista, misogino, omofobo e “palesemente di destra” (ma che vuol dire?) che fa battutacce sui gay e i loro tamponi (osteria), sulle donne e le loro stipsi (originalissime) e body shaming su Elly Schlein, paragonata a un mix tra Alvaro Vitali e Pippo Franco (sai le risate). Insomma, tutta fuffa. Niente satira politica. Niente graffi sulle miserie degli esseri umani. O sullo schifo del Potere. Monologhi sul quotidiano, sulla vita di coppia, robetta così. E questo sarebbe un pericolo per la democrazia democratica e antifascista?
E poi, a essere onesti, sembrano battute meno grevi delle vignette di Vauro con i peli sulla lingua di Meloni dopo l’ultimo incontro con Trump (che finezza) o della pletora di gag da fiaschetteria sempre sul presidente del consiglio che si possono leggere in ogni dove su quanto è bassa e quanto è grassa e quanto è cessa e quanto si veste male e quanto fa ribrezzo in costume da bagno e quanto ha gli occhi da pesce rosso giapponese e quanto assomiglia a Gollum e bla bla bla. Qui, al contrario, gli intellettuali da terrazza colgono una sferzante e pugnace e sagace satira di costume che mette a nudo i vizi e le nefandezze dei padroni del vapore. Vedete un po’ voi.
Ma alla fine, come noto, la valanga degli insulti, degli improperi e delle minacce a Pucci e famiglia da parte degli indignati in servizio permanente effettivo, dei nuovi partigiani rosso cadmio, dei nuovi resistenti al fascismo montante a difesa dell’ultimo ridotto valtellinese della democrazia in Italia - il Festival di Sanremo - hanno indotto Pucci a fare, in un paese dove non si dimette mai nessuno, una scelta coraggiosa. Ed estremamente ruffiana. Rinunciare. Morale: non è mai stato così famoso come oggi ed è più che prevedibile una lunga serie di sold out da qui alla fine del governo Meloni VI.
Ma dove finisce la ridicolaggine dei cervelloni di sinistra, inizia quella degli scienziati di destra. Ai quali non è sembrato vero di cavalcare le indignazioni cheguevariste con le loro, di indignazioni. Parafrasando Pertini e Cossiga: a indignato, indignato e mezzo. E quindi ecco il presidente del consiglio ululare contro “il doppiopesismo della sinistra”, “la censura della satira” della sinistra, “la spaventosa cultura illiberale” della sinistra e “la difesa della libertà di espressione artistica e culturale” dal Minculpop della sinistra. E tutto questo parlando non di Montesquieu, Tocqueville o Stuart Mill, ma di Andrea Pucci. Anche se poi la Meloni è clamorosamente scivolata su un “Pucci a Sanremo, ma senza parlare di politica”, che è quanto di più censorio e illiberale si possa fare. Lo decide forse il premier cosa può dire un comico? Già decide cosa deve dire il Tg1. Cerchi di accontentarsi.
Ma ripetiamo per i più distratti. Qui abbiamo un presidente del consiglio - ma anche un presidente del Senato, ma anche un ministro degli Esteri, ma anche un ministro dei Trasporti - che teoricamente dovrebbe occuparsi di Ucraina, inflazione, costi energetici, treni, fisco e altre bazzecole del genere, che passa tre giorni a battagliare con i flotilleri su Pucci a Sanremo, che per la maggioranza pare sia il nuovo Charlie Kirk, per l’opposizione il nuovo Pingitore. È chiara la situazione? Poi ci sarebbero anche da dire due cose su noi dei media, che a nostra volta abbiamo dedicato pagine e talk e tg a questa pagliacciata - mentre di notizie vere nell’universo mondo non è che ne manchino - ma d’altronde se questi sono i protagonisti della pochade italiota cosa ci possiamo fare?
Alla fine, come sempre, aveva ragione un gigante della politica e della cultura di destra come Margaret Thatcher quando, in un celebre episodio giustamente ricordato da qualche commentatore intelligente in questi giorni di polemiche grottesche, ha scolpito nella pietra la seguente dichiarazione sulla televisione pubblica che la subissava di critiche per le sue politiche muscolari: “La Bbc non mi piace, ma non posso farci niente”. Perché la politica, in un paese serio, non ficca il naso nell’informazione e nella satira.
Quella era uno statista. E se fosse ancora viva non si permetterebbe mai di censurare Ricky Gervais che la fa a pezzi in un monologo su Netflix. A proposito, un piccolo consiglio a Pucci. Si guardi uno show di Ricky Gervais. Quello sì che è un comico: perché Conti non lo invita a Sanremo?
@DiegoMinonzio
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