I demoni di Messi
l’eterno numero due

Dice il saggio che Cristiano Ronaldo, con quella simpatia così innata e contagiosa, non poteva che andare alla Juventus e che Lionel Messi, con quell’autismo lunare e autolesionista, non potrà che finire un giorno all’Inter.

La surreale vicenda della rottura tra il fuoriclasse argentino e il Barcellona, dopo la devastante sconfitta per 8-2 contro il Bayern nei quarti di finale di Champions, ha qualcosa che va al di là della mera vicenda di calciomercato, con tutte le sue enfasi, le sue miserie e le sue cialtronate. Ora, una qualsiasi persona dotata di un minimo di raziocinio quando ha letto la notizia ha pensato che ovviamente tutto il percorso di uscita fosse tracciato, tutta l’operazione apparecchiata con tanto di firma con la nuova squadra e che ora sarebbe andata in scena la solita commedia dall’esito già scontato. Impossibile costruire un’operazione di così clamorosa valenza finanziaria senza aver già predisposto tutti i tasselli e senza l’accordo tra vecchio e nuovo club, esattamente com’è andata due anni fa con il trasferimento di Ronaldo dal Real alla Juve. Figurati se non avranno già verificato se la clausola di 700 milioni è ancora valida, figurati se non avranno già controllato tutti i passaggi contrattuali per evitare di infilarsi in una causa legale, figurati se non avranno già pianificato lo sbarco a Manchester o a Parigi o a Milano salvando comunque la faccia con i suoi ex tifosi. Figurati…

E invece – visto che alla fine Messi resterà lì - non avevamo capito niente. Non avevamo capito che la corte dei miracoli che circonda il criptico numero dieci con tutti i suoi avvocati e commercialisti e procuratori e familiari - le più clamorose locuste della storia di ogni sport – e servi e ciambellani non era altro che una manica di imbecilli. Ma, soprattutto, non avevamo capito chi è realmente Messi e quale demone lo insegua e lo vessi e lo perseguiti da sempre e che, ora che il tempo sta scadendo anche per lui, gli fa compiere errori di valutazione clamorosi. Messi ha rotto d’impulso perché ha capito che con il Barcellona non vincerà più niente fuori dalla Spagna, cioè non vincerà più la Champions, che nel calcio moderno è l’unica cosa che conti, tutto il resto è fuffa, scudetti inclusi - e sulla morte del calcio tradizionalmente inteso si potrebbe scrivere un altro editoriale - e lui, benché ne abbia vinte già quattro, ha bisogno di vincerne altre, almeno un’altra ancora. Così come ha bisogno di vincere altri Palloni d’oro, benché se ne sia aggiudicati sei - e sulla morte del Pallone d’oro, che in questi anni non è mai stato dato a Xavi o a Iniesta perché il regime del marketing pretende che lo vincano solo quei due lì, si potrebbe scrivere un altro editoriale - visto che solo in quel modo spera ancora di raggiungere o addirittura di superare l’Irraggiungibile, l’Insuperabile, quello che non può essere raggiunto, quello che non può essere superato.

E pur di far questo, soggiogato da una spinta freudiana soffocante e autodistruttiva, Messi è riuscito nell’impresa napoleonica di mollare la squadra nel momento più brutto della sua storia recente - e non si lascia mai la squadra amata quando è in crisi: chiedere a quei giocatori della Juve che hanno accettato l’ignominia della serie B - di farsi odiare da larga parte dei suoi vecchi tifosi, di generare dubbi in quelli potenzialmente nuovi e soprattutto di fare una figura di palta di dimensioni planetarie quando è stato costretto a fare marcia indietro. E tutto questo disastro mediatico, tutta questa farsa alla catalana per colpa di quello là, di quello che gli sta sopra, gli sta sempre sopra, gli è sempre stato sopra ed è destinato a stargli sempre sopra. Maradona. Maradona è il primo e lui è il secondo. Maradona sarà sempre il primo e lui sarà sempre il secondo. Maradona non ha vinto niente in confronto a Messi, non ha mai vinto la Coppa dei campioni, ma i suoi due scudetti e la sua coppa Uefa con il Napoli di Renica e Bruscolotti, mica con il Barcellona dei fenomeni del tiki taka, valgono di più di tutto il suo palmares regale, mortalmente svilito anche dai reiterati disastri con la nazionale, mentre Maradona ha trionfato in Messico e ha raggiunto la finale di Italia 90 giocando praticamente da solo con l’Argentina più scarsa di sempre.

La cosa incredibile è che Messi - paradossalmente - è un perdente. Anzi, se vogliamo essere più precisi, un soccombente, proprio come quel grande virtuoso di pianoforte, quell’eccellente virtuoso di pianoforte, quell’eccezionale virtuoso di pianoforte che dopo aver sentito appena un paio di note suonate da Glenn Gould capì che lui non sarebbe mai riuscito a essere bravo come lui. Più bravo di tutti gli altri, certo. Ma mai bravo come lui. Come Gimondi con Merckx. Come Mazzola con Rivera. Come Bing Crosby con Sinatra. Come Salieri con Mozart.

Ronaldo, beato lui, non ha di questi problemi, non è atterrito da questi fantasmi. Lo si vede dalla faccia aliena da ogni dimensione tragica, lo si vede da come non vomita quando è sotto stress e da come ha intelligentemente capito che, una volta lasciata la Spagna, non avrebbe più potuto essere competitivo in un campionato stressante come quello inglese - l’unico campionato serio del mondo - e ha così deciso di venire a godersi il suo scintillante tramonto in Italia, svettando in serie A e giganteggiando in Champions, nonostante due brucianti eliminazioni con squadrette di seconda fascia. E poi lui se ne sbatte di Eusebio, tanto lo ha già distanziato di chilometri.

Messi no. Messi non è di quella pasta. Messi è debole, è fragile, è succube del mito, sa di essere solo una riproduzione da gipsoteca e sa che il non essere all’altezza del totem gli verrà rinfacciato da qui fino alla tomba. Perché lui, per quanto folle possa sembrare, è solo lui. L’altro, invece, è quello che nella stessa partita e nel giro di soli quattro minuti è riuscito a fare il gol più bello della storia del calcio e anche quello più schifoso. Non c’è gara.

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