I disastri portati dalla furia di Trump

La verità, spesso avvolta da mistificazioni e stravolgimenti , fa molta fatica a farsi strada , ma quando si palesa con forza travolge ogni possibile manipolazione. A prescindere da come terminerà il conflitto in Iran, la presidenza Trump è compromessa drammaticamente. Come noto, ben prima di scatenare il disastroso conflitto medio-orientale, il presidente americano è riuscito a danneggiare seriamente l’immagine degli Usa nel mondo.

Oltre a manifestare pieno disprezzo per il diritto internazionale e le istituzioni al suo servizio (Onu, Corte Penale Internazionale, Wto ecc.) si è adoperato in ogni modo per «picconare» le proprie alleanze a 360 gradi. Le minacce di trasformare il Canada nel 51° Stato degli Usa, di invasione della Groenlandia, l’introduzione di dazi e le dichiarazioni di unilateralismo hanno minato seriamente il rapporto con l’India e incrinato in Asia Orientale quello con Giappone, Corea del Sud, Indonesia e Australia.

Con l’Europa le tensioni, già alte prima del 28 febbraio per l’approccio sostanzialmente diverso sulle responsabilità russe in Ucraina, si sono approfondite e non miglioreranno presto. Non passa giorno che Trump non accusi gli europei di non essergli stati al fianco per piegare l’Iran e di definire la Nato una «tigre di carta» danneggiando seriamente la credibilità dell’Organizzazione. Nelle diverse Cancellerie europee (e a Londra ) è ormai metabolizzata la determinazione a procedere con la massima serietà verso una difesa europea che nel tempo si affranchi dall’ombrello americano. A livello internazionale, gli Usa hanno dunque «scavato» attorno a sé un fossato di diffidenza e sfiducia che la guerra in Iran ha aggravato a dismisura e che si tradurrà in conseguenze politico-economiche molto serie. Nel mondo multipolare, all’indomani di un accordo Iran-Usa-Israele che sanzionerà di fatto la sconfitta di Washington e Gerusalemme, gli Stati Uniti continueranno ad avere un peso determinante, ma il fallimento in Iran inciderà profondamente sulla capacità di proiezione della propria potenza nei teatri internazionali.

Come cambierà la capacità americana di indirizzare il processo decisionale di molti Stati a proprio favore? La pressione su Mosca per mettere fine al conflitto in Ucraina è indebolita dall’allentamento delle sanzioni sulla vendita del petrolio russo e dalla forte frenata nelle vendite agli europei di sistemi d’arma da trasferire a Kiev. Nel braccio di ferro con la Cina, la guerra nel Golfo ha costretto a trasferire importanti unità navali e di forze e indebolito la capacità di «containment» in Asia orientale. A Tokyo, Seoul, New Delhi o Giacarta l’aggressione israelo-americana all’Iran indurrà a credere che alla Casa Bianca siede un presidente responsabile e affidabile? Nel Golfo Persico le 13 basi americane sono state colpite o danneggiate e in futuro potrebbero essere messe in discussione dagli stessi governanti che le avevano volute per salvaguardare la propria sicurezza. Sin qui le conseguenze politiche per gli Usa del conflitto iraniano, ma quale prezzo pagheranno nel contesto economico internazionale? I danni che la globalizzazione ha arrecato all’economia reale degli Stati Uniti in sofferenza per la mancanza di produzioni che deve importare a costi sempre più alti, si assommano a un debito pubblico stratosferico di 40mila miliardi che si finanzia sempre più a fatica.

Nel 2025 il debito detenuto da investitori esteri si è ridotto al 25% (dal 35% del 2020), gli oneri per interessi ammontano a 1.200 miliardi, mentre Tesoro e Federal Reserve scontano una difficoltà nuova nello stampare dollari in eccesso rispetto alle esigenze stringenti del sistema produttivo. I dazi introdotti da Trump – molto impopolari nel mondo – non hanno prodotto benefici significativi sul contenimento del debito pubblico. Anche il dollaro è stato deprezzato per far crescere le esportazioni ma si è assistito a incrementi moderati con effetti misti dovuti ad altri fattori. Tutto ciò prima del conflitto nel Golfo Persico.

A cosa va incontro ora l’economia americana? A una possibile recessione, a una riduzione delle esportazioni a fronte di una domanda internazionale di beni inferiore e allo sconvolgimento delle catene logistiche globali. Più a lungo durerà il blocco dello stretto di Hormuz e maggiore sarà lo shock inflazionistico anche negli Usa. L’egemonia americana, fondata su strumenti economici, viene sempre più sottoposta a tensioni alla luce di una crescita economica che si prevede inferiore per i prossimi anni (per il 2026 tra l’1 e il 2%) e a un mercato finanziario molto vulnerabile rispetto a una bolla tecnologica settoriale. Parafrasando il titolo di un famoso film di Spielberg, si dovrebbe dire «Salvate il soldato Usa»! Non sottovalutiamo che un tracollo economico americano travolgerebbe anche le nostre economie e i nostri risparmi convogliati nei grandi gestori patrimoniali globali.

ex ambasciatore d’Italia
in Polonia e nella Repubblica Ceca

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