Il vizietto di prendersi troppo sul serio

Nell’estate del 1990 esplose inaspettatamente il caso “Galagoal”, la trasmissione televisiva dell’allora Telemontecarlo dedicata ai mondiali di calcio ospitati dall’Italia, quelli di Totò Schillaci e delle notti magiche, per intenderci.

Nessuno se lo sarebbe mai atteso, ma la giovane, magnifica e sconosciuta ragazza di nome Alba Parietti, che presentava i servizi e gli ospiti in studio, appollaiata su un trespolo - l’iconico sgabello della Parietti - che metteva in evidenza le sue gambe da modella, fece il botto. Servizi in tivù, copertine sulle riviste femminili, lascive facezie al bar dello sport. Una roba da matti. E in effetti, quel colpo di scena, una donna a parlare di calcio in un mondo maschile, maschilista e patriarcale come quello, sembrò a molti una ventata d’aria fresca di bellezza e simpatia. È vero che l’affascinante ragazza in questione di calcio non capiva una mazza, come la stragrande maggioranza delle sue colleghe di oggi, d’altra parte, per non parlare dei colleghi uomini, che hanno passato gli anni a spacciare Icardi come il nuovo Van Basten e Mancini come il nuovo Herrera, tanto per dire il livello, ma, insomma, l’effetto complessivo era stato davvero positivo.

Poi, come sempre accade agli esseri umani, a un certo punto anche la Parietti è finita nella trappola micidiale che attende tutti i peones colti da imprevisto e clamoroso successo. Ha iniziato a prendersi sul serio. E quando, un bel giorno, si è vista una sua pensosa intervista sul Corriere della Sera nella quale discettava sulla centralità della lotta partigiana nella sconfitta del nazifascismo - tesi, tra l’altro, del tutto erronea - abbiamo capito che avevamo perso pure lei e che pure lei aveva sciaguratamente abbandonato il terreno del professionismo per entrare a vele spiegate in quello del macchiettismo. Anzi, del cialtronismo.

Il timore è che la stessa cosa stia capitando a Paola Cortellesi, bravissima comica e caratterista prima e se non talentuosa, di certo dignitosissima attrice leggera poi, che, evidentemente galvanizzata dal successo clamoroso del suo primo film da regista “C’è ancora domani”, probabilmente si è messa in testa di essere, oltre che la nuova Magnani, anche il suo nuovo De Sica (Vittorio). E il tema non è tanto il valore effettivo del film, un’operina didascalica, pedagogica e pretenziosa, con una sceneggiatura da terza media, perfetta per l’utente mainstream che ha tanto bisogno di buoni sentimenti e di indignazioni moralistiche dove tutti i buoni stanno da una parte e tutti i cattivi dall’altra, una specie di bigino del “neorealismo” per le scuole dell’obbligo. No, il tema vero è che la Cortellesi ha inaugurato l’anno accademico della Luiss di Roma con un infelicissimo monologo sul sessismo delle fiabe, a partire da Biancaneve per proseguire con Cenerentola e gli altri titoli più celebri e celebrati. Figuratevi gli applausi di tutta l’informazione conformista della repubblica delle banane, e insomma, signora mia, e che belle parole e bisogna offrire nuovi modelli educativi ai nostri bimbi e basta con questo machismo culturale nelle fiabe e pure nelle favole e basta con gli stereotipi e basta con i luoghi comuni e basta con i principi azzurri e via trombonando di questo passo.

Bene, in attesa di gustare la nuova versione della “Carica dei 101” con Crudelio Demon, di “Biancaneve e i sette watussi” con il patrigno e il mango avvelenato, ma anche di “Donna Chisciotta”, “Le sorelle Karamazov”, “L’idiotessa” e Anna Karenina che butta sotto il treno il principe Vronsky, è impossibile rimarcare con dispiacere che la Cortellesi non poteva fare niente di più scontato, infantile e tartufesco. Solo uno sprovveduto, uno sciocco o uno in malafede può affermare che le fiabe siano sessiste e che vivano di stereotipi. Sono ovviamente prodotti del loro tempo, un tempo atavico, profondissimo, sedimentato nella memoria e nelle radici della civiltà e in quanto tali vanno lette e comprese - conoscete un libro più violento, patriarcale e sessista della Bibbia, putacaso? - ma sopratutto sono basate sugli archetipi, sui simboli, sui percorsi iniziatici, simbolici e psicologici. Basti leggere “Cappuccetto Rosso”, che ne è forse l’esempio più eclatante. Ma vale anche per “Pinocchio”, testo di grandissima complessità psicanalitica.

E poi, le fiabe sono costruite sulle funzioni, le celeberrime funzioni di Propp - l’allontanamento, il divieto, l’infrazione, la ricognizione, il raggiro, il danneggiamento, la rimozione eccetera - che un’attrice da Oscar come la Cortellesi dovrebbe conoscere bene, visto che pure chi scrive questo pezzo, che di certo non è un genio, le insegnava ai suoi alunni delle medie di Malgrate. Senza dimenticare che sull’altissima caratura culturale e antropologica delle fiabe si sono esercitati personaggetti da niente come Jung, Bettelheim, Tolkien (che oggi va di gran moda) e soprattutto la poetessa Cristina Campo, che ha colto in pieno il valore sacrale della fiaba e della vera e propria iniziazione che rappresenta il suo racconto. Attraversare un bosco buio e pauroso, scalare un monte impervio, uccidere un drago, distruggere l’anello del male serve sempre per trasformare l’afflizione iniziale nella felicità agognata e ritenuta impossibile. Ma raggiunta proprio sfidando l’impossibile. Come diceva Simone Weil, che accostava la fiaba alla parabola. Come sosteneva Tolkien, appunto, secondo il quale la fiaba è buona novella.

Che c’entra tutto questo con l’offesa ai nani che non si possono chiamare nani altrimenti i nani si offendono o con l’offesa alle donne se Cenerentola viene resa felice da un uomo giovane, ricco e bello altrimenti le donne si offendono? Ma che c’entra? Ma dove siamo, all’Asilo Mariuccia? A una festa in terrazza del Pd? Al Circolo delle femministe antifasciste cheguevariane di Cantù-Cermenate? Al pistolotto con rictus perbenista e ditino alzato delle suffragette del Festival di Sanremo? Forse la Cortellesi, oltre che sulle fiabe, farebbe bene a concentrarsi anche sulle favole. Ad esempio, quella della rana e del bue. Perché quando uno inizia a gonfiarsi troppo, poi sappiamo tutti la fine che lo aspetta.

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