La beata gioventù  tra slogan e iPhone

La beata gioventù

tra slogan e iPhone

C’è qualcosa di tenero, addirittura di commovente, ma al contempo di irritante, nella vicenda di questi quindicimila giovani che si sono radunati nei giorni scorsi a Glasgow per contestare con grande vigore ed entusiasmo le deliberazioni di quasi tutti i capi di Stato del mondo in occasione della Cop 26, la conferenza delle Nazioni unite sui cambiamenti climatici nel 2021. Sono stagioni della vita, passeggere e irripetibili, dove tutto viene letto in bianco o in nero, dove non esistono mediazioni (“La Cop è un fallimento!”), ma solo parole definitive, ultimatum improrogabili, dove si mette in mostra in tutta la sua purezza il breve corso della propria memoria e il lungo corso delle proprie speranze. Ed è giusto che sia così. Anche perché è bello, ma bello davvero, che una fetta corposa delle nuove generazioni esca dal letargo lisergico, mollaccione e solitario della noia, del disimpegno e del menefreghismo digitale per immolarsi per una causa. Quale che sia. Anche perché sarà comunque una causa migliore dell’andare a sprangare i nemici politici o a sparare ai carabinieri come faceva qualcuno dei loro nonni…

Ma al contempo è davvero ridicola, oltre che infida e furbastra, l’operazione che da un paio di anni i media stanno imbastendo su questo vero e proprio fenomeno di costume. Ed anche un po’ stucchevole. Perché a leggere certi reportage tutti sognanti e trasognanti, tutti puntati sul colore, sul pissi pissi, sull’epidermide e, soprattutto, sul giovanilismo – i giovani hanno ragione, i giovani hanno sempre ragione, i giovani sono essi stessi la ragione: mai pensato che magari anche un giovane possa essere un perfetto imbecille come un vecchio? - senza dare un numero, senza mettere sul tavolo una proposta concreta e operativa, ma andando avanti solo a colpi di slogan e di frasi fatte, è evidente che i preclari colleghi mandati in missione a seguire Greta e i suoi fratelli stanno rivivendo il loro tempo delle mele, quelli della contestazione, delle occupazioni, del “sei politico”, della “pantera” e tutto il resto di quella fuffa lì. Patetici.

Ma davvero crediamo che le cose accadano in piazza, che le rivoluzioni le facciano le piazze, che il potere sia nelle piazze? Ma davvero? Ma cos’è, un libro di Mario Capanna? Il potere, quello vero, che è una roba brutta e feroce, le ha sempre usate, le piazze, ma se ne è sempre tenuto ben lontano, rappresentandone geneticamente l’esatto contrario, e quindi questa nuova e benemerita (senza alcuna ironia…) ondata giovanile non può dare una risposta autoreferenziale alle domande che ha giustamente posto. Anche perché, se vogliamo dirci la verità senza prenderci in giro, non ha risposte da dare. Le risposte, quelle vere, vanno chieste ad altri. Ai politici. Certo, proprio a loro, gli ignobili e dìruti e luridi e schifosissimi politici, visto che anche per questa stagione autunno-inverno - sai che originalità - va di moda definirli tutti quanti così. Ma è da loro che bisogna passare. E’ quella la cruna dell’ago. Tutto il resto sono solo chiacchiere da sessantottini quattropuntozero.

La questione ambientale non nasce certo con Greta, anche se aveva bisogno di Greta per esplodere a livello mediatico, è in agenda da tempo ed è di terribile composizione, visto che è (abbastanza) facile dire a un europeo o un americano di cambiare stile di vita e di rinunciare a qualche comodità per salvare il pianeta, ma provate a chiederlo alle immense popolazioni cinesi o indiane che sono appena uscite dalla fame, dalla miseria e dalla povertà, e vedete un po’ cosa vi rispondono. Tutti vogliono la loro fetta di torta. Tutti. Tutti vogliono il loro smartphone - uno dei massimi inquinanti in assoluto, giusto per farlo sapere ai ragazzi in piazza - tutti vogliono le comodità e il tempo libero e le vacanze globali e le case comode e l’abbonamento a Sky e a Netflix e i bei vestiti e andare al ristorante eccetera eccetera. Coniugare l’istintiva e sacrosanta spinta al benessere con la limitatezza delle risorse naturali è impresa tremenda, che la politica, la finanza e le imprese devono affrontare con un altissimo tasso di maturità, buonsenso e realismo. Uno sporco lavoro da adulti, non da ragazzini.

Ma non è colpa loro. E’ colpa nostra, che abbiamo fatto passare il concetto di quanto fosse à la page e meraviglioso e stiloso vedere Greta ricevuta da capi di stato e monarchi assortiti e che bastasse avere decine di milioni di follower sui social per diventare di per sé protagonisti, dando credito a scempiaggini come il blocco dell’approvvigionamento delle materie prime, il considerare i figli come fonte di inquinamento e altre cretinate del genere.

Se ne sono viste tante di Greta Thunberg nella storia del mondo, tante e tante, e in tutti i casi è sempre andata a finire nello stesso modo. O Greta entra nel palazzo e diventa parte integrante del palazzo e, anzi, diventa lei stessa palazzo e quindi, una volta entrata, mette a terra in modo realistico i suoi ideali giovanili, sempre che non venga corrotta dal ponentino del potere che tutto mastica, tutto rumina, tutto trangugia e tutto normalizza (ve li ricordate Di Maio e compagnia che bei tomi di rivoluzionari erano e che gran pezzi di dorotei sono diventati?). Oppure resta fuori, fuori per sempre, mummificata nel suo ruolo, a sbandierare la sua purezza, la sua verginità incorrotta dallo stupro della politica, condannata a diventare la maschera di se stessa. A diventare una rockstar, un feticcio, una macchietta.

Si dia una risposta in fretta, la cara Greta, perché altrimenti di tutta questa stagione dorata e scintillante rimarrà solo il suo bla bla bla…

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