Editoriali
Lunedì 09 Febbraio 2026
Meloni e lo scomodo crocevia identitario
Politica Le implicazioni dell’uscita di Vannacci dalla Lega rischiano di mettere a repentaglio l’esecutivo perché il generale ne ha sfruttato le contraddizioni
L’uscita di Vannacci dalla Lega è stata accolta dalla stampa con disprezzo, scherno e derisione. Non sappiamo ancora l’esatta entità dei parlamentari disposti a seguire il generale ma, fin da ora, qualcuno (“Il Giornale”) ha definito “Sturmtruppen” la possibile pattuglia guidata dall’impavido generale che Matteo Salvini non ha esitato a definire “traditore”.
L’acredine usata dai commentatori vicini alla premier induce a fare una riflessione sulle implicazioni di una possibile transumanza che rischia di mettere a repentaglio la stabilità di un esecutivo che, fino ad oggi, è risultato tetragono. In realtà, davanti al profluvio di invettive che sono state scagliate contro il generale, vien da chiedersi perché la destra dimostri tanta ostilità nei confronti di Vannacci.
Tante destre, non una sola
Sul piano elettorale, ad oggi non è possibile determinare il potenziale di una forza politica che difficilmente potrà godere del supporto mediatico della destra al governo. In verità, con la nascita di “Futuro Nazionale” anche la destra, come la sinistra, è destinata a presentarsi con un profilo sempre più variegato. La destra italiana non è quel monolite che Giorgia Meloni suole sapientemente rappresentare perché lo spettro politico si compone di molteplici destre: esiste la destra di Forza Italia, liberale ed europeista; esiste la destra trumpiana di Fratelli d’Italia; esiste la destra putinana di Salvini che presto dovrà fare i conti con i rigurgiti localisti di Zaia; esiste la destra di Maurizio Lupi che gravita attorno a CL e all’universo cattolico conservatore; e, da oggi, avremo una destra ultranazionalista e anti-sistema di Luigi Vannacci.
Il generale Vannacci rappresenta l’approdo finale di quella rivolta populista che, come un fiume carsico, ha attraversato l’Occidente subito dopo l’avvento del mercato globale che l’Europa ha cercato di arginare con la nascita della moneta unica. Per svariate ragioni, l’esito paradossale della globalizzazione è stata l’esplosione dei nazionalismi, oggi pudicamente definiti sovranismi. Il lepenismo rappresenta l’archetipo populista da cui ha tratto ispirazione la destra post-fascista che, fin dai suoi albori, ha biecamente osteggiato l’architettura europea.
La genesi del generale
Fino alle elezioni del 2022, Giorgia Meloni non ha esitato a lanciare i suoi strali contro l’Unione europea e contro Mario Draghi, prima presidente della Bce e poi suo predecessore a Palazzo Chigi. In questa temperie politica, è germogliato un personaggio singolare come Luigi Vannacci che la politica italiana ha colpevolmente sottovalutato ritenendolo l’ennesimo “arcitaliano”, un innocuo fuoco di paglia destinato a svanire rapidamente dai radar dei mass-media. Così non è stato perché Vannacci è una persona scaltra che, come fece Giorgia Meloni all’epoca del governo Draghi, oggi intende lucrare una rendita di posizione approfittando delle contraddizioni del governo.
Ora sappiamo con certezza che l’uscita dalla Lega era in programma fin dalla sua entrata e che il generale ha usato Salvini gabbandolo poi senza mercé. Roberto Vannacci sa che il nazionalismo di Salvini è solo una mera operazione di cosmesi: un nazionalismo strumentale, finto, posticcio, che non potrà mai sconfessare la vocazione localista della Lega. Per Vannacci, la destra italiana deve essere fiera della sua storia, della sua identità e dei suoi valori. Ordine, disciplina, gerarchia, italianità, tradizione, risoluta difesa dei confini, rifiuto del globalismo e del multiculturalismo, difesa della famiglia tradizionale, reciso rifiuto di quel mondo Lgbt che, per un uomo di destra, non può considerarsi “normale”.
Il Vannacci-pensiero
Questo è, in sintesi, il Vannacci-pensiero che, come ha detto Giordano Bruno Guerri, rappresenta una “zavorra” per la destra che, alle prossime elezioni, dovrà decidere se liberarsene per sempre o se sarà necessario preservarla per “marciare divisi e colpire uniti”. La verità é che il generale ha condotto Giorgia Meloni a questo scomodo crocevia che, piaccia o no, imporrà alla premier una scelta identitaria alla quale finora ha saputo abilmente sottrarsi. Probabilmente sono queste le vere ragioni dell’ostilità nei confronti del generale che obbligherà tutta la destra a chiarire quale futuro intende dare al paese.
© RIPRODUZIONE RISERVATA