Referendum, nel Comasco risultato a due facce: centri urbani da una parte e provincia dall’altra?
L’analisi Un errore leggere i due dati territoriali (capoluogo e territorio) in contrapposizione netta: fuori dalla città la vittoria del Sì è indice di un atteggiamento
Si era detto, in una delle più brutte campagne elettorali della nostra recente storia, che sotto sotto la Lega non si stava impegnando a fondo per questo referendum, troppo legato a una storica battaglia di Forza Italia. Troppo berlusconiano.
Ma il risultato di ieri in tutto il Nord, se si escludono le città, non sembrerebbe confermare questa lettura. Specie a Como, dove proprio alcune aree del lago e delle valli hanno fatto registrare percentuali molto alte di Sì, quelle che ai tempi del muro di Berlino avremmo definito “bulgare”.
No, è andata diversamente. Anche se il dato è meno lineare di quanto sembri di primo acchito. E gli elettori della Lega non hanno mancato di far sentire il loro sostegno, sia pure nel giorno del funerale del loro Capo di un tempo e di un intero immaginario, quello della Padania, ormai relegata nei cassetti della storia.
Attenzione alle semplificazioni
In città il segno di una fatica politica
Tornando alle riflessioni sul voto di Como, dire città No, provincia Sì è corretto, ma rischia di essere una scorciatoia. Perché dentro quel risultato sembrano convivere spinte diverse, talvolta persino contraddittorie. Partiamo dal capoluogo. Il No che prevale in città non sembra semplicemente il frutto di un elettorato più informato o più prudente. Fenomeno che pure esiste, se è vero che il centrosinistra ha sempre ottenuto i risultati migliori nei centri urbani. È anche il segno di una fatica politica, perché è singolare che l’affluenza nel capoluogo sia più bassa, seppure di poco, rispetto alla media provinciale. La città di Como, negli ultimi anni, ha visto sfilacciarsi i riferimenti tradizionali: c’è un sindaco con una sua lista personale, i partiti storici pesano meno, le appartenenze sono più deboli, il voto è sempre più episodico.
E però sarebbe un errore leggere la provincia come il rovescio semplice di questo schema. Il Sì che si afferma fuori città non è un blocco compatto né la riproposizione meccanica di vecchi orientamenti. È vero: lago e valli sono stati a lungo feudi della Lega, e quella cultura politica continua a lasciare tracce. Però oggi anche quel mondo è cambiato: meno identitario, più mobile, più disposto a scegliere di volta in volta.
Un atteggiamento, non un’eredità politica
Il punto, allora, è capire perché proprio lì il Sì abbia attecchito di più. Non tanto per adesione convinta a un progetto, quanto per una diversa percezione del referendum stesso. Nei territori della provincia il voto potrebbe essere stato meno politico e più funzionale: si è votato per sbloccare, per semplificare, per dare un segnale. Anche senza una piena convinzione. È una logica che appartiene da sempre ad aree abituate più alla concretezza che ai discorsi: contano gli effetti, non le architetture. In questo quadro, il richiamo alla storia leghista spiega solo una parte del fenomeno. Più che un’eredità politica in senso stretto, è rimasto un atteggiamento: l’idea che il voto debba servire a qualcosa di concreto. Ma oggi quell’atteggiamento convive con disillusione, volatilità, scarsa fiducia.
Non ci sono più categorie rassicuranti e il voto non può essere letto con categorie semplici
Il risultato finale, allora, non consegna una mappa chiara, ma un territorio in trasformazione. Il Comasco non è più un blocco, se mai lo è stato. È un insieme di pezzi che reagiscono in modo diverso allo stesso stimolo. E il referendum, invece di ricomporli, ha finito per metterli ancora più in evidenza. Forse è proprio questo il dato politico più rilevante: non chi ha vinto, ma la difficoltà di leggere quel voto con categorie semplici. Perché oggi la politica non si lascia più ridurre a schemi rassicuranti. E ogni tentativo di farlo rischia di perdere, più che spiegare, il senso di ciò che è accaduto.
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