Sgarbi-Urso, la guerra (ipocrita) al kitsch

Sono ormai alcuni giorni che i meglio tromboni della Nazione si stanno esercitando con indignata e indignante indignazione sulle malefatte di Vittorio Sgarbi e Barbara D’Urso.

I due popolarissimi personaggi televisivi sono stati accumunati - per quanto la cosa sembri davvero un paradosso, considerata la mostruosa differenza di cultura, dialettica e profilo professionale - dalla feroce reprimenda, dal marchio d’infamia, dalla lettera scarlatta che è senza dubbio alcuno il tratto distintivo della stagione primavera-estate 2023. E cioè la guerra alla volgarità. La guerra al cattivo gusto. La guerra al kitsch.

Lo show del sottosegretario alla Cultura di qualche giorno fa al Maxxi di Roma durante un dibattito con il cantante Morgan, un monologo scombiccherato che, partendo dalle elucubrazioni falliche del noto scrittore francese Michel Houellebecq (quello che si veste come Céline, si pettina come Céline, parla come Céline, ma forse non scrive come Céline…) e dal celebre catalogo di Leporello sulle conquiste di Don Giovanni (“solo in Ispagna sono già mille e tre”), è però velocemente svaccato su allusioni grevi e oggettivamente assai misogine sulle donne sedotte da Sgarbi, con il risultato finale di beccarsi gli insulti di mezzo mondo e, soprattutto, la scomunica del ministro alla Cultura Gennaro Sangiuliano, quello che si è coperto di ridicolo per aver votato i libri dei candidati allo Strega senza averli letti e che forse invece - visto il penoso livello medio che contraddistingue quel premio - ha fatto l’unica cosa giusta da fare.

A quel punto su Sgarbi si è scatenato l’inferno. E vergogna e scandalo e machismo e sessismo e deriva patriarcale ed eccola qui la nuova destra arrogante e violenta ed eccola qui la nuova destra maleducata e prepotente e per fortuna che almeno c’è Piersilvio Berlusconi, che ha cacciato a pedate da Canale 5 quella cialtrona di Barbara D’Urso, lei e il suo serraglio, lei e le sue sceneggiate, lei e le sue casalinghe di Voghera che per lustri hanno devastato il livello medio della televisione, già basso di suo, e che invece finalmente con la nuova campagna acquisti riporterà un po’ di decenza sui canali Mediaset.

Ora, a parte il fatto che vedere gli intellettuali di sinistra stupirsi perché Sgarbi fa gazzarra e plaudire al buon gusto del modello televisivo del figlio di Berlusconi è una contraddizione in termini - anzi, forse è un caso psicanalitico - la cosa davvero spassosa è che la vestale del nuovo giornalismo televisivo serio, serioso e pensoso sarebbe Bianca Berlinguer, appena strappata alla Rai e, soprattutto, figlia di tanto padre. Cioè quella che da anni ha montato su Raitre un Circo Togni, un Circo Medrano, un Circo Orfei dove, a rotazione, si esibiscono, generalmente travestiti da Gianduja o da Pulcinella, il geopolitico complottista che è tutta colpa della Nato, il no vax invasato che è tutta colpa di Soros, il sedicente intellettuale che millanta di sapere tutto su Gaber e Battisti e che invece non sa nulla né dell’uno né dell’altro, le lottatrici nel fango, i cabarettisti gnostici e, per finire in gloria, un curioso personaggio che interpreta il ruolo del montanaro come se fossimo in un film dei Vanzina. Scusate, perché mai la Berlinguer dovrebbe essere meglio della D’Urso?

L’indignazione, come si può facilmente vedere, è ridicola. Soprattutto perché non capisce o fa finta di non capire che la condanna del cattivo gusto e l’apologia del buongusto non hanno più senso, perché non c’è più alcuna distinzione tra queste due categorie: il kitsch ha già vinto la sua battaglia da ormai tanto, tantissimo tempo, tutto ormai è kitsch, ogni cosa che appare è kitsch, ogni programma che ci sorbiamo o evento mediatico che ci rifilano è intimamente, strutturalmente e geneticamente kitsch.

Dalla fine del vecchio mondo, dalla fine delle ideologie, dalla fine della prima repubblica eccetera, le distinzioni novecentesche sono di fatto saltate per aria. Da quando allo scadere degli anni Novanta Fabio Fazio - uno dei fondatori del kitsch - ha inviato il premio Nobel Renato Dulbecco a presentare il Festival di Sanremo, e lui ha accettato!, da quando Paolo Mieli - un altro padre nobile del kitsch - ha inventato un modello giornalistico che teorizzava di far commentare la teoria delle stringhe ad Alba Parietti e il ruolo dell’amore tradito in “Beautiful” alla Levi Montalcini, quando le categorie e i ruoli in commedia sono stati scardinati, quando tutti hanno potuto parlare di tutto, quando il primo imbecille ha avuto lo stesso diritto di tribuna dello scienziato, quando il “popolo” è diventato “gente”, è lì che il kitsch ha iniziato a prendere il sopravvento, anno dopo anno, governo dopo governo, talk show dopo talk show, social dopo social, fino alla dittatura di questi anni. E poi uno si domanda come mai sono arrivati i 5Stelle…

Ma perché, la difesa in Senato della Santanchè non è stata un trionfo del kitsch? E il Twiga, con quel modello cafone e buzzurro se ce n’è uno, non è kitsch? E parimenti non è fantozzianamente kitsch il modello diverso e opposto della Capalbio degli intellettuali del Pd? Ma perché, la bandana di Berlusconi dei tempi d’oro in Sardegna non era kitsch? E Occhetto che baciava la moglie sulla copertina di una rivista patinata non era lo sdoganamento del Pci – il Pci! – nel regno del kitsch? E, volando molto più basso, Nunzia De Girolamo che fa il ministro di destra e poi sposa il ministro di sinistra e poi fa la (ridicola) conduttrice tv seguendo le memorabili orme della Pivetti, prima vandeana dura e pura e poi Catwoman vestita di lattice, che cosa sono se non l’apogeo del kitsch?

Il cattivo gusto è il registro della società contemporanea, non tanto e solo della politica o della televisione, ma della società nella sua interezza. Quando una cosa “accade” è di fatto una cosa di cattivo gusto. Magari gli indignati di cui sopra se lo facciano spiegare da Sgarbi. Che almeno la storia dell’arte, contrariamente a loro, la conosce alla perfezione.

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