Trump scellerato e paga l’Europa
In questi giorni il tycoon americano non perde occasione per esternare il suo profondo rancore per i “codardi” europei ai quali non perdona il totale disimpegno sul conflitto. Per Trump, risulta normale scatenare una guerra senza consultare gli alleati per poi pretenderne l’appoggio
Con l’avvento di Donald Trump alla presidenza Usa, in Europa assistiamo a continue fibrillazioni che stanno mettendo a dura prova la stabilità dei rapporti con il nostro alleato storico. Dopo l’improvvida decisione di attaccare l’Iran, ora Trump si trova nel medesimo pantano di Vladimir Putin il quale pensava, come il suo sodale americano, che la partita si sarebbe risolta in poche settimane. In questi giorni il tycoon americano non perde occasione per esternare il suo profondo rancore per i “codardi” europei ai quali non perdona il totale disimpegno sul conflitto. Per Trump, risulta normale scatenare una guerra senza consultare gli alleati per poi pretenderne l’appoggio.
Non solo. Dopo avere constatato che perfino la fedelissima Inghilterra ha rifiutato il coinvolgimento sullo Stretto di Hormuz, il presidente americano ha cercato di coinvolgere la Cina fingendo di dimenticare che l’Iran è un alleato del dragone cinese. Ci chiediamo, pertanto, se siamo davanti ad un folle o se gli Usa sono nelle mani di una consorteria che usa la follia di Trump per accumulare immani profitti: in entrambi i casi, dobbiamo sapere che abbiamo a che fare con un soggetto la cui imprevedibilità risulta esiziale per chiunque creda di poter costruire un solido consenso attorno alle sue bizze.
Donald Trump costituisce un fattore di instabilità non solo in Medioriente, ma anche per l’Europa. L’illusione di un blitz in grado di rovesciare il regime iraniano in pochi giorni è stata smentita dall’immediato allargamento del conflitto che ha già mostrato segnali preoccupanti: attacchi con droni e missili nella regione e tensioni che coinvolgono anche basi e interessi occidentali. Sul piano militare, l’Iran ha già dimostrato di non avere alcun timore nei confronti degli Usa contro cui era già pronta ad ingaggiare una guerra asimmetrica: attacchi tramite proxy regionali, operazioni ibride e, in alcuni casi, azioni clandestine al di fuori del Medio Oriente. Il governo di Teheran è in grado di esercitare sul nemico una pressione di rilevante entità, senza innescare un confronto militare convenzionale, anche perché negli ultimi due decenni ha sviluppato una rete regionale che si estende in Libano, Iraq, Siria e Yemen. Occorre rammentare, inoltre, che la vicinanza geografica dell’Europa al quadrante mediorientale amplifica l’esposizione ai cosiddetti “effetti spillover” che comprendono sia la destabilizzazione dei Paesi limitrofi che l’intensificazione di minacce ibride e terroristiche.
La scelta dissennata di Trump ha esposto l’Europa a conseguenze economiche che rischiano di mettere in ginocchio le economie di paesi già in difficoltà. Il Golfo Persico rappresenta circa il 30% della produzione mondiale di petrolio e costituisce uno snodo essenziale per il commercio globale di greggio. Lo Stretto di Hormuz, infatti, rappresenta un “choke point” critico dato che il 20 per cento delle esportazioni mondiali di petrolio transita attraverso questo passaggio. Oltre alle conseguenze economiche di cui stiamo già verificando la gravità, occorre considerare le implicazioni politiche del conflitto.
L’iniziativa americana è stata percepita in Europa come un’azione unilaterale, non coordinata con gli alleati. Il rifiuto europeo di partecipare alle operazioni militari segna una frattura significativa nei rapporti transatlantici. In tale contesto, la posizione europea appare debole e volta a coltivare unicamente una strategia di mitigazione del rischio (“risk containment”). La combinazione di vulnerabilità securitaria e di dipendenza energetica disegna un quadro in cui il Vecchio Continente rischia di subire effetti sproporzionati rispetto al proprio grado di coinvolgimento nel conflitto tenuto conto che oltre 30.000 obiettivi sensibili (tra infrastrutture critiche e siti strategici) sono identificati nei Paesi Ue come potenziali target di minacce ibride. Risulta, infine, utile rammentare che la crisi mediorientale ha storicamente generato pesanti shock migratori: basti pensare che, tra il 2015 e il 2016, durante la guerra in Siria, oltre 1,3 milioni di richieste di asilo sono state presentate ai paesi membri dell’Ue. Stiamo attenti, pertanto, a legare le nostre sorti a quelle di un leader inaffidabile come Trump.
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