Una virgola del destino
e quei giovani fantasmi

Dio ride dei piani degli uomini. Loro, gli uomini, pensano, organizzano, programmano, si industriano, illudendosi di essere padroni della propria vita, di indirizzarla, di deciderla, di esserne proprietari. E invece basta una virgola del destino e cambia tutto. Hai sedici anni. Vai a una festa. E dopo un minuto sei morto. Senza alcuna colpa, senza alcuna coscienza. La vita se ne è andata e tu non te ne sei neppure accorto.

Solo la saggezza infinita dei nostri fratelli maggiori, venata da quell’ironia amarissima che ha rappresentato l’unica arma di difesa per sopravvivere a tremila anni di persecuzioni - non si è il popolo eletto per caso - poteva condensare in questo proverbio yiddish tutta la fragilità e l’imprevedibilità della vita, segnata da un filo rosso per noi incomprensibile, inaccettabile e impermeabile a ogni tentativo di renderlo razionale. L’uomo progetta, Dio ride, appunto.

Alla fine dei conti, non resta che questo per rassegnarci alla strage dei ragazzi avvenuta nella notte di San Silvestro a Crans-Montana. Certo, ci sono gli elementi di cronaca, molteplici ed eclatanti. Le responsabilità, a prima vista clamorose, dei proprietari e dei gestori del locale, per i quali si profila un vastissimo e vergognoso mare di guai. La carenza evidente dei sistemi e delle procedure di sicurezza. I materiali probabilmente non a norma con i quali era rivestito il locale. L’affollamento incontrollato di giovani, anche di età non consentita dalla legge. L’abuso di alcol. I comportamenti pericolosi prima, durante e dopo l’innesco dell’incendio, come ad esempio attardarsi a filmare il fuoco con lo smartphone piuttosto che darsi alla fuga. E mille altre cose che verranno a galla durante l’inchiesta, che sarà lunga e dolorosa, così come lunga e dolorosa sarà di certo - sappiamo come va a finire con gli ustionati gravi - la lista dei ragazzi che moriranno uno dopo l’altro nei prossimi giorni e nelle prossime settimane. Un devasto. Un’ingiustizia assoluta e irrimediabile. Un Golgota quotidiano per le madri e per i padri, ai quali per il resto dei loro giorni non resterà altro che tentare di sopravvivere al dolore.

Però, a pensarci bene, tutto questo non basta. Se ritorniamo alla nostra giovinezza, alla nostra adolescenza, ci vengono le vertigini a ricordare in quanti postacci, in quanti locali di infimo ordine, in quanti tuguri abbiamo passato le nostre notti, i nostri weekend e le nostre vacanze, in quali topaie o piazze sovraffollate, senza controlli, a rischio schiacciamento e soffocamento, con quali rottami di auto di terza mano siamo andati a spasso, senza cinture, senza airbag, con le gomme lisce (per tacere di tutto il resto) senza che succedesse niente. O quasi niente. Eppure la stragrande maggioranza delle volte va proprio così. Nonostante tutto, non succede niente. O quasi niente. O niente di irreparabile. È così connaturato a quell’età rischiare di farsi male per imprudenza, per stupidera, per sicumera, per quel cretinismo adolescenziale - quanti disastri combina l’arroganza dei vent’anni - che ti spinge sempre sull’orlo del burrone. E invece, per fortuna, finisce quasi sempre bene. E infatti solo una volta ogni mille, ogni diecimila, ogni milione accade la catastrofe.

Perché? Perché questa volta sì e tutte le altre no? Vogliamo fare l’elenco di tutti i locali non a norma strapieni di gente nei quali sarebbe potuto accadere di tutto e invece nessuno si è fatto un graffio? Impossibile. Ne perderemmo il conto. E perché a Crans-Montana invece sì? Che c’era lì di così speciale rispetto al resto? Perché se una macchina finisce contro il muro uno muore e l’altro no? Perché uno si ammala di cancro e l’altro no? Perché uno va a fare una passeggiata in montagna e precipita e l’altro no? Perché uno arriva a cent’anni e un altro non passa la prima notte? Perché? Tutti ce lo siamo chiesto almeno una volta nella vita, quando la tragedia è capitata a noi - le tragedie ci sconvolgono veramente solo quando ci toccano di persona: questa è la verità - e naturalmente siamo rimasti tutti senza risposta. Perché una risposta non c’è. C’è una risposta alle cause specifiche di un fatto. E quelle le avremo anche nel caso del locale svizzero andato a fuoco, che ci spiegheranno per filo e per segno cosa è successo. Ma non ci diranno perché a loro, perché proprio a loro e a tutti gli altri no.

Chissà chi erano quei ragazzini. E soprattutto chissà chi sarebbero stati, cosa avrebbero studiato e dove, cosa avrebbero fatto nella vita, di buono e di cattivo, chi avrebbero incontrato e conosciuto e amato e odiato e tradito e ammirato e deluso. Chissà cosa li avrebbe aspettati e cosa avrebbero vissuto con gli altri e quanto avrebbero imparato e condiviso e sopportato e scommesso e vinto e perso, chissà come avrebbero impiegato i loro prossimi sessant’anni (erano tutti quindicenni, erano tutti ventenni) fino a sfiorare il tramonto di questo secolo, come si sarebbero trovati nel vasto mondo o nel loro microcosmo, come avrebbe agito in loro il cabestano della memoria, quale misteriosa piega avrebbe preso ogni loro singola esistenza.

E invece niente. Niente di niente. La morte, proprio come scrive Borges in una pagina memorabile, ce li rende oggi preziosi e patetici. Quei ragazzi ci commuovono per la loro condizione di fantasmi. Ogni loro atto, fin dal giorno della nascita, poteva essere l’ultimo. E andare a quella festa di Capodanno - c’è qualcosa di più esaltante per un adolescente? - è stato il loro ultimo atto. Ogni loro volto, fin dal giorno della nascita, è sempre stato sul punto di svanire, come se fosse il volto di un sogno. Ed è proprio così che è successo. Se ne sono andati uno dopo l’altro e di loro ora non è rimasto che un piccolo segno nella cenere, come se non fossero mai esistiti.

È un Dio terribile, quello che ride dei nostri piccoli progetti, delle nostre piccole vite. Speriamo che quel giorno sia in grado di spiegarcene la ragione oppure ci confessi che non esiste un ordine delle cose e che su questo vecchio sasso è solo il caos l’unico ordine delle cose.

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