«Alla ’ndrangheta piace il turismo: comaschi, attenti»

L’intervista Alessandra Dolci, procuratrice antimafia di Milano: «Il territorio lariano è quello che ci dà più lavoro. Tantissimi gli interessi»

Dove esiste una grande espansione del settore turistico ci sono anche interessi mafiosi». E su alcune realtà che negli ultimi anni si sono accaparrate, in poco tempo, diversi locali pubblici a Como? «Diciamo che ci stiamo riflettendo».

A parlare è Alessandra Dolci, procuratore aggiunto di Milano e coordinatrice della Direzione distrettuale antimafia di Milano. L’abbiamo incontrata nell’ambito della realizzazione di un podcast (che uscirà a febbraio) sulla presenza della criminalità organizzata nel Comasco. Quello che segue è uno stralcio della lunga chiacchierata avuta con lei.

Lei ha detto in più occasioni che Como è uno dei territori che più vi dà da lavorare... è ancora così?

Como inteso come territorio, non come città. Sì, credo che sia il territorio oggetto delle nostre maggiori attenzioni in questo momento.

Come mai?

Perché c’è molto da lavorare. Il

Comasco è proprio in cima alle nostre attenzioni.

Comprensibilmente criptica. Proviamo così: che cosa c’è di particolarmente attrattivo per la criminalità organizzata in provincia di Como?

Beh, il fatto che è sicuramente un territorio ricco, un territorio con un tessuto di piccole imprese, che consente loro di trovare più facilmente una convergenza di interessi con gli imprenditori. E poi, ovviamente, il fatto che sia un territorio di confine, e i traffici di droga ci sono sempre, anzi, devo dire che la Lombardia è uno dei principali crocevia dei grossi traffici di stupefacenti, e per trattare i grossi carichi bisogna chiedere l’autorizzazione ai mafiosi che sono stanziali in Lombardia. La gestione è loro, poi possono in alcuni casi autorizzare e subappaltare agli albanesi, ma i traffici di droga restano il motore finanziario per avere il capitale da investire, poi, nell’economia legale.

In quali settori?

I settori che trascinano l’economia della Regione. Ad esempio:

tutte le volte che c’è un grande evento pubblico, in cui si muovono tanti soldi pubblici, tanto denaro pubblico, l’ndrangheta cerca di inserirsi, di infiltrarsi e di fare affari. C’è grande attenzione, quindi, sulle Olimpiadi Milano-Cortina.

E il turismo, può far gola?

Assolutamente sì.

A Como c’è stato un grandissimo boom turistico, e ci sono realtà che si stanno muovendo molto velocemente e con tante risorse...

Diciamo che ci stiamo riflettendo (sorride enigmatica, ndr).

Facciamo un salto nel passato. Si è spesso parlato di infiltrazioni mafiose, pensando al Comasco. Ma come, quando e perché la ’ndrangheta ha iniziato a mettere radici in Lombardia?

Dalla metà degli anni ’50, direi. Questo dice la storia giudiziaria. Il primo insediamento fu a Fino-Mornasco. Un insediamento di persone provenienti da Giffone. Perché? Le chiavi di lettura sono molteplici. Ovviamente uno riguarda il numero dei sorvegliati speciali che all’epoca furono mandati in Lombardia. La stragrande maggioranza si radicò nel nuovo contesto territoriale, seguiti il più delle volte da amici e parenti. E poi perché era il periodo del grande sviluppo economico al Nord.

Come hanno cambiato pelle i clan qui al Nord?

Negli anni ’70 comincia la stagione dei sequestri di persone a scopo di estorsione, tra i quali quello di Cristina Mazzotti, che purtroppo non è più tornata a casa. I soldi dei riscatti venivano reinvestiti nei traffici di sostanza stupefacente. Fino alla fine degli anni ’80 abbiamo avuto una mafia che si è occupata soprattutto di attività illecite, dai sequestri di persone ai traffici di droga. A metà anni Novanta l’inchiesta Fiori della Notte di San Vito dà conto di un già un significativo radicamento con la presenza di tante locali, in territorio Lombardo e soprattutto nel Comasco.

In questi anni abbiamo avuto estorsioni, minacce, tantissimi omicidi. Ma da una decina di anni a questa parte sembra che i mafiosi abbiano cambiato strategia.

Da anni assistiamo a un lavoro da parte della ’ndrangheta di creazione di un capitale sociale.

Quindi di infiltrarsi nel tessuto economico. Con l’indagine Cavalli di Razza, che ha coinvolto proprio la provincia di Como, c’è stato un balzo ulteriore: controllare le cooperative significava avere lucrosi guadagni. Logistica, ristorazione, discoteche, locali pubblici, turismo: i settori di interesse sono sempre di più. E poi chiediamoci: qual è la domanda più diffusa sul mercato, in particolare quello lombardo? Una domanda di evasione. Ecco, ora i clan di occupano anche di questo.

Però ci troviamo di fronte a una violenza a bassa intensità. Ma esiste ancora?

Assolutamente. Le estorsioni, l’usura, le minacce, i pestaggi ci sono ancora. Ci sono anche forme di intimidazione veramente gravi, che riguardano magari i figli minori della vittima. Quindi la faccia cattiva, quando è necessario, la ’ndrangheta non esita a mostrarla. E invece molti pensano di poter gestire questo tipo di rapporto. Mi sembra di poter dire che tutti quelli che pensavano di poterlo fare sono finiti male, o perché l’azienda è fallita, e gli è andata bene, o perché hanno pagato conseguenze fisiche o giudiziarie. Uno che ne abbia tratto veramente vantaggio dai clan non c’è.

Anticorpi che non siano giudiziari?

L’attività di prevenzione delle Prefetture, indubbiamente. Oppure l’azione per la confisca dei beni della criminalità. O, ancora, le amministrazioni giudiziarie delle imprese. Ma il vero nodo è il problema etico che riguarda il mondo imprenditoriale, il mondo delle professioni, i politici. Se non ci sarà un aumento della soglia etica, non sono ottimista per il nostro futuro.

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