Il design italiano a Riyadh. «Seminiamo per il futuro»

L’intervista Maria Porro, presidente del Salone del Mobile.Milano, sottolinea genesi e obiettivi dell’evento in Arabia. «Non è stata solo una mostra, ma un momento concreto di scambio commerciale. Stimano il Made in Italy»

Il design italiano ha presentato nella capitale saudita una selezione di pezzi di design.

Maria Porro, presidente del Salone del Mobile.Milano, racconta la genesi e gli obiettivi del recente evento che anticipa il primo Salone del Mobile di Riyadh nel 2026, sottolineando come la forza del sistema Italia sia la chiave per aprire le porte di un regno in piena trasformazione architettonica e sociale.

Il debutto del Salone del Mobile a Riyadh anticipa l’esposizione prevista in Arabia Saudita nel 2026, come nasce il progetto?

È un percorso iniziato circa due anni fa. Abbiamo analizzato con attenzione l’area del Golfo e, in particolare, l’Arabia Saudita, rendendoci conto che è in atto un movimento edilizio senza precedenti. Parliamo di un paese che sta letteralmente costruendo le proprie città del futuro, con investimenti massicci sia nell’hospitality che nel residenziale di lusso. I numeri sono eloquenti: entro il 2030 sono previste 320.000 nuove camere d’albergo in tutto il Paese. È un potenziale immenso che incontra la profonda stima per il made in Italy. I sauditi nutrono un vero amore per la nostra qualità e per la capacità narrativa del nostro design.

Il legame con le istituzioni locali sembra essere stato determinante per il successo dell’iniziativa, quali sono stati i passaggi chiave?

In mercati così complessi e strutturati, agire come sistema è l’unica via. Abbiamo avviato un dialogo costante con il Ministero della cultura saudita, che al suo interno ospita la Architecture and design commission. Il momento di svolta è stato nel febbraio 2025, quando abbiamo firmato un Memorandum of understanding in occasione della visita della nostra premier, Giorgia Meloni, ad Alula. Da quel momento, in meno di un anno, abbiamo costruito l’evento grazie a una collaborazione strettissima con le autorità locali e con il supporto fondamentale dell’ambasciata italiana e l’Italian trade agency. Senza questo coordinamento istituzionale, per le singole aziende sarebbe stato molto difficile penetrare il mercato con la stessa efficacia.

Trentotto aziende italiane hanno risposto alla chiamata: qual è stata la risposta del tessuto produttivo, in particolare di distretti storici come quello brianzolo e comasco?

La partecipazione è stata di altissimo livello. Abbiamo coinvolto realtà d’eccellenza come Lema, Living divani, Poliform e Molteni, solo per citarne alcune. Molte di queste imprese hanno radici profonde nei nostri distretti produttivi e hanno compreso immediatamente il valore dell’operazione. Prima dell’apertura, abbiamo offerto agli imprenditori una sessione privata per presentare una ricerca di mercato dedicata, commissionata proprio per fornire loro gli strumenti necessari a interpretare un contesto nuovo e ancora da decifrare. È stato il modo migliore per iniziare: basarsi sui dati per trasformare l’intuizione in opportunità di business.

La scelta della location e l’allestimento sembrano voler sottolineare un legame profondo tra l’estetica italiana e il paesaggio saudita, è così?

Abbiamo scelto il King Abdullah financial district, il cuore pulsante e finanziario di Riyadh, una sorta di “Milano saudita” dove si prendono le decisioni che contano. L’allestimento è stato curato dallo studio Giò Forma, una realtà italiana con un forte radicamento in Arabia Saudita, sono loro infatti gli autori dello straordinario palazzo di specchi ad Alula.

Abbiamo portato il “rosso Salone” in quella piazza, mettendo in mostra i prodotti iconici delle 38 aziende partecipanti. Ma non ci siamo limitati all’estetica: abbiamo creato un programma pubblico di incontri tra architetti italiani e i grandi player locali, coinvolgendo anche le università per puntare sulla formazione.

Oltre alla parte espositiva, avete puntato molto sul networking b2b. Com’era organizzato lo spazio dedicato agli affari?

Abbiamo realizzato una lounge di grandi dimensioni, disegnata da Piero Lissoni e arredata con i pezzi delle aziende coinvolte, impreziosita da gigantografie di opere di Caravaggio per richiamare la nostra identità culturale. All’interno, grazie a una piattaforma digitale studiata ad hoc, le aziende hanno potuto incontrare direttamente sviluppatori e contractor sauditi. Non è stata solo una mostra, ma un momento concreto di scambio commerciale. All’inaugurazione erano presenti il ministro Antonio Tajani e ben quattro ministri sauditi: questo dà la misura della rilevanza politica ed economica che l’evento ha assunto. Il nostro interlocutore principale, il direttore della Design commission, è un uomo di grande competenza, con una formazione in critica d’architettura, con cui è possibile dialogare sulla qualità del progetto, non solo sui volumi.

Le edizioni internazionali del Salone del mobile possono, a lungo termine, indebolire il primato di Milano?

L’esperienza ci insegna il contrario. È accaduto con Shanghai e accadrà con Riyadh: queste manifestazioni non sono alternative al Salone di Milano, ma ne sono il volano. Creano consapevolezza sul territorio, avvicinano i player locali che magari non sono mai stati in Italia e generano un interesse tale da spingerli a venire a Milano ad aprile. L’Arabia Saudita è un ponte verso un’area geografica dalle potenzialità incredibili; operare lì significa seminare per il futuro della fiera madre. Il primato di Milano si rafforza se il marchio Salone del Mobile è presente e autorevole nei nuovi centri del mondo.

Guardando al futuro, quali sono i prossimi passi per il Salone in quest’area?

Il successo di questa edizione ci spinge a guardare già al 2026. Stiamo valutando nuove location, perché il Financial district, per quanto prestigioso, non ha le superfici sufficienti per ospitare un evento ancora più grande, aperto a un numero maggiore di espositori. Quello che abbiamo fatto finora è solo l’inizio di un percorso laborioso ma dalle premesse estremamente positive.

Oltre al Medio oriente, il Salone sta esplorando nuove sinergie in altri paesi e con altre dimensioni del design?

Sì, abbiamo siglato una partnership triennale con Art Basel. Curiamo le lounge nelle tappe di Miami, Hong Kong, Basilea e Parigi. A Miami abbiamo appena concluso un’esperienza straordinaria: abbiamo arredato la Collectors lounge, il luogo dove i collezionisti incontrano le gallerie. È una vetrina di un’eleganza assoluta. Le aziende partecipanti hanno potuto invitare i propri ospiti durante le giornate vip, creando un connubio perfetto tra arte e design. C’è stato anche un episodio curioso: un visitatore era così entusiasta di un divano esposto che voleva acquistarlo sul posto e portarselo a casa immediatamente. Questo dimostra quanto il contatto fisico con il prodotto sia ancora insostituibile, anche in contesti esclusivi e digitalizzati.

La prossima tappa sarà Hong Kong, qual è il filo conduttore di questa strategia globale?

L’obiettivo è la coralità. Ogni progetto, che sia la presenza a Expo Osaka con il Salone satellite o le lounge di Art Basel, serve a valorizzare l’intero sistema. A Osaka abbiamo mostrato come molti designer giapponesi oggi affermati siano passati dal Salone satellite, collaborando poi con aziende italiane. È un racconto di reciproca contaminazione. Portare il design italiano nel mondo significa presidiare i luoghi dove si concentra il capitale e il talento, ricordando a tutti che il centro di gravità permanente del progetto resta, e resterà, il Salone del Mobile di Milano.

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