Bossi e Miglio, un legame burrascoso tra due uomini profondamente diversi
Il rapporto politico tra il Senatùr e il professore comasco è durato quattro anni e si è concluso con una lite verbale con pochi precedenti. «Miglio è una scoreggia nello spazio» disse Bossi. «Il livello culturale di Umberto è prossimo allo zero» replicò in un libro l’accademico
Como
Il rapporto politico tra il professore comasco Gianfranco Miglio, morto nel 2001, e Umberto Bossi, il fondatore della Lega Nord scomparso ieri, durò quattro anni, dal 1990 al 1994, e fu particolarmente tormentato. Miglio si avvicinò alla Lega con l’intento di fornire una struttura teorica e culturale solida alle idee autonomiste portate avanti da Bossi. Del resto il professore è stato un convinto sostenitore della trasformazione della forma costituzionale italiana in Repubblica federale o addirittura confederale. Come Bossi venne soprannominato Senatùr, così Miglio venne conosciuto in quegli anni come Profesùr.
Secondo il politologo comasco, l’Italia avrebbe dovuto essere divisa in macroregioni o cantoni (del Nord o Padania, del Centro o Etruria, del Sud o Mediterranea, oltre alle cinque regioni a statuto speciale). Questa architettura costituzionale prevedeva l’elezione di un governo direttoriale composto dai governatori delle tre macroregioni, da un rappresentante delle cinque regioni a statuto speciale e dal presidente federale. Quest’ultimo, eletto da tutti i cittadini in due tornate elettorali, avrebbe rappresentato l’unità del Paese.
Bossi, tuttavia, aveva in mente un’altra strada (forse più realistica da un punto di vista politico), che passava attraverso la contrattazione con lo Stato centrale per rafforzare le autonomie regionali. Miglio espose il proprio dissenso già nel 1993, ma la separazione definitiva avvenne nel 1994 quando il Profesùr fu rieletto al Senato (dove era entrato per la prima volta nel 1992) ma si oppose all’alleanza con Forza Italia e all’ingresso della Lega nel primo governo guidato da Silvio Berlusconi. Secondo Bossi, tuttavia, in realtà Miglio non gradì che, per il ruolo di ministro delle Riforme istituzionali, fosse stato scelto Francesco Speroni al suo posto: «Capisco che Miglio sia rimasto un po’ irritato perché non è diventato ministro - disse Umberto Bossi -, ma non si può dire che non abbiamo difeso la sua candidatura. Il punto è che era molto difficile sostenerla, perché c’era la pregiudiziale di Berlusconi e di Fini contro di lui. Di fatto, il ministero per le Riforme istituzionali a lui non lo davano. Se Miglio vorrà lasciare la strada della Lega, libero di farlo. Ma vorrei ricordargli che è arrivato alla Lega nel ’90 e che, a quell’epoca, il movimento aveva già raggranellato un sacco di consiglieri regionali. Miglio pare che ponga solo un problema di poltrone e la difesa del federalismo non è questione di poltrone».
Miglio in effetti lasciò la Lega nel maggio del 1994, in aperto dissidio con Umberto Bossi, dando vita alla breve stagione del Partito Federalista. «Spero proprio di non rivederlo più - disse Miglio -. Per Bossi il federalismo è stato strumentale alla conquista e al mantenimento del potere. L’ultimo suo exploit è stato di essere riuscito a strappare a Berlusconi cinque ministri. Tornerò solo nel giorno in cui Bossi non sarà più segretario».
Ne seguì un botta e risposta epico che incrinò per sempre il rapporto personale tra i due. Sentenziò Miglio: «Bossi è un bugiardo, arabo levantino con il gusto della menzogna, comiziante da bar, plebeo, tapino, orecchiante, botolo ringhioso». Il Senatùr rispose per le rime: «Miglio è un minchione arteriosclerotico, è una scoreggia nello spazio». Nello stesso 1994 il professore pubblicò il libro “Io, Bossi e Lega” in cui definì il livello culturale di Bossi «prossimo allo zero».
Con il tempo, in realtà, la rottura si è smussata e, dopo la morte di Miglio, la Lega (ancora bossiana) lo ha più volte celebrato proprio come «profeta del federalismo» e, nel 2008, gli ha dedicato la sala riunioni del gruppo parlamentare del Senato e una biblioteca nella sede milanese di via Bellerio che in cui sono stati raccolti tutti i suoi testi. Tranne, forse, il pamphlet “Io, Bossi e Lega”.
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