L’entomologo Matteo Montagna: «La Popillia japonica non ha nemici, ecco come si spiega l’assedio nel Comasco»
Il caso. Il professore analizza i danni a roseti e viti provocati dal coleottero asiatico: «Specie coriacea che resiste ai picchi di freddo. La via ecologica è la rimozione della biomassa tramite feromoni»
Lettura 2 min.Foglie ridotte a scheletri filiformi, roseti devastati, viti e alberi da frutto presi d’assalto. A Como e provincia le segnalazioni si moltiplicano ogni giorno, sia nei giardini privati sia nei parchi pubblici. La presenza della Popillia japonica, il coleottero di origine asiatica sbarcato a Malpensa nel 2014, è ormai un’emergenza visibile a occhio nudo. Di fronte a questo scenario, Europa Verde - Avs ha sollevato il caso con forza, chiedendo al Comune un monitoraggio urgente e l’attivazione delle procedure fitosanitarie in raccordo con la Regione Lombardia. Per la forza politica, la difesa del verde urbano non è un elemento estetico, ma una priorità ambientale essenziale per contrastare le isole di calore e difendere la biodiversità in piena crisi climatica. Europa Verde suggerisce inoltre di puntare su metodi biologici, come i nematodi, per evitare trattamenti chimici indiscriminati.
Ma qual è la reale gravità della situazione e quali sono le armi a nostra disposizione? Per capirlo, abbiamo parlato con Matteo Montagna, comasco d’adozione e professore di entomologia generale e applicata presso l’Università degli Studi di Napoli Federico II.
Prima di tutto, l’esperto fa chiarezza sulla natura del pericolo, smentendo una credenza diffusa: «La Popillia japonica non preda i nostri insetti autoctoni. È un fitofago da adulto - cioè si nutre di piante - e si nutre di materia organica in decomposizione o di radici vive a livello larvale».
Il vero danno biologico è la competizione ecologica: «La sua nicchia si sovrappone a quella dei nostri scarabei autoctoni ed è estremamente competitiva. Funziona un po’ come il caso dello scoiattolo grigio che scalza quello rosso».
Inoltre, questo insetto sta dimostrando una resistenza fuori dal comune: «L’anno scorso l’ho trovata in Val d’Ossola a mille metri di quota. Le larve resistono bene sotto terra e il riscaldamento climatico, riducendo i picchi di freddo rigido invernale, ne limita la mortalità naturale».
E i predatori? Nel suo paese d’origine, l’Asia, l’insetto è inserito in una catena alimentare consolidata, ma da noi manca un antagonista specifico. «È un coleottero coriaceo - spiega Montagna -, un uccellino come il pettirosso non riesce a predarlo facilmente; serve un uccello più grande, come la ghiandaia».
Sul fronte dei rimedi naturali, lo scienziato invita al realismo. «Rimedi miracolosi non ce ne sono. I colleghi del Crea (Consiglio per la ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria) stanno lavorando con i nematodi patogeni che attaccano le larve nel suolo, ma è un trattamento efficace soprattutto in ambienti molto circoscritti».
La chimica, d’altro canto, è da escludere: «Il controllo chimico non si può e non si deve fare in ambienti naturali o seminaturali come i parchi pubblici. Non siamo di fronte alla malaria, dove l’uso del Ddt era giustificato».
La strategia più ecologica e praticabile oggi resta un’altra: «Si fa la cattura massale tramite l’impiego di feromoni, che serve ad asportare la maggiore quantità possibile di biomassa dal territorio. Anzi, in un’ottica di economia circolare, sarebbe molto interessante capire come riutilizzare questi chili di insetti rimossi».
La speranza, conclude l’entomologo, risiede anche nelle dinamiche naturali delle specie aliene invasive: «Spesso, dopo la colonizzazione e il picco iniziale, le popolazioni crollano da sole a causa di fattori abiotici. Bisognerà vedere se accadrà anche per la Popillia».
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