«Tocca a noi dire no alla guerra»

Intervista a Rossano Breda, direttore della Caritas diocesana di Como: «Dire no ai conflitti armati nel nostro piccolo significa anche impegnarci a fare scelte coerenti»

Como

«Tocca a noi dire no alla guerra». La Caritas non si stanca di parlare di pace, dignità e diritto alla casa, in un momento storico complicato e pieno di conflitti.

Rossano Breda, direttore della Caritas diocesana di Como, perfino per il Papa oggi chiedere la pace è diventato un pericolo? «Chi se non lui per primo: oggi le guerre non sono religiose, ideologiche, sono piuttosto alimentate da mire economiche, dalla corsa a giacimenti e riserve. Noi tutti dobbiamo parlare di pace senza paura. Dire no ai conflitti armati nel nostro piccolo significa anche impegnarci a fare scelte coerenti. Rifiutare per esempio l’industria delle armi, scegliere investimenti etici. Non scordarci di Gaza e dell’Ucraina, dei 52 conflitti dimenticati in questa terza guerra mondiale a pezzi, dei civili, bambini e anziani, della gente che paga le più drammatiche conseguenze».

La pace è in minoranza? «La guerra oggi è trasparente, non mente, le bombe non promettono di difendere dei diritti, vogliono solo conquistare e annientare. Per diventare maggioranza dobbiamo scegliere rappresentanti politici diversi da chi muove le armi».

Anche se siamo più deboli e poveri? «Fino a qualche anno fa davamo più risalto alla povertà economica nel mondo intero. Adesso forse qui, a Como, soffriamo più una povertà relazionale, educativa, comunitaria. I redditi sono insufficienti, il lavoro non basta, affitti e bollette minano la stabilità di giovani e anziani».

Siamo più soli? «Per la terza età la solitudine è un grande male molto attuale. Lo vediamo nei nostri servizi, alla mensa di casa Nazareth, alla piccola casa Ozanam, c’è chi ha piccole risorse limitate, ma bussa alla porta dei dormitori e del don Guanella. Molti tra Spid e utenze digitali non riescono a fare valere i loro diritti. Con il paradosso di tanti comaschi che pur essendo già in difficoltà scivolano nel gioco patologico buttando nelle macchinette milioni di euro l’anno, sul tema al martedì abbiamo aperto uno sportello che segue già tante storie. La nuvola grigia cresce, ma ci sono dei segnali positivi».

Ad esempio? «I costi delle case in città hanno emarginato una parte della popolazione. Ora però per esempio l’Aler ha messo a bando dieci appartamenti da assegnare al terzo settore a carattere sociale, in via Di Vittorio. E’ un inizio. Come già chiesto dalla Prefettura e da Confindustria, come proposto dalla Fondazione Scalabrini, ci sono dei tentativi di cambiamento. Dare casa a chi ha bisogno a prezzi accessibili facendo da tramite è possibile. Lo fa anche la nostra chiesa».

Dove? «A Rebbio, a San Bartolomeo, a San Giuliano, diverse parrocchie hanno aperto le loro porte. La Diocesi già da tempo ha dato l’impulso, i beni ecclesiastici utilizzabili possono essere sfruttati, come quelli privati dando garanzie, in caso di problemi o morosità».

Anche agli stranieri? «Il ceto medio fatica a trovare sistemazioni, i nuovi arrivati ancora di più. L’accoglienza può contare su forti reti solidali, ma le nuove norme limitano sempre più l’assistenza, per fare formazione, avviare al lavoro. Gestire i rientri forzati dei migranti dagli altri Paesi in maniera dignitosa con vitto e alloggio è davvero difficile. Ma dobbiamo fare uno sforzo nel tentativo di integrare, la nostra società ha bisogno di nuove energie».

E’ davvero nel nostro interesse? «Sì, solo che per capire la realtà in un momento tanto complicato non basta una foto su Instagram. Per conoscere serve tempo, riflessione, non un titolo. Bisogna fermarsi, leggere tutte le righe, scendere nella complessità».

Senza paura? «Abbiamo bisogno di voci profetiche, dobbiamo restare insieme. A Como casa Nazareth invita il 25 aprile al teatro Nuovo di Breccia alle 21, riparte la stagione con un nuovo spettacolo solidale».

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