“Battaglia” da oscar. Trionfo di Anderson

Vince sei statuette, ma non quella per l’attore protagonista che va a Michael B. Jordan. Gli appelli contro la guerra di Javier Bardem e di uno sconosciuto insegnante russo

Paul Thomas Anderson è stato il vero trionfatore della 98a notte degli Oscar. Il regista, che aveva totalizzato undici nomination, senza mai vincere una statuetta, se ne è accaparrate ben tre in una sola, tutte quelle per cui era stato candidato: per la regia, la sceneggiatura non originale e la produzione di “Una battaglia dopo l’altra”, il film che ha dominato, conquistando sei premi in totale.

Tutti di peso, tra cui quello, istituito proprio quest’anno, per il miglior casting. È quasi incredibile che l’Academy, in quasi un secolo di premiazioni, non avesse mai tenuto in considerazione chi è responsabile della scelta degli interpreti di un film. Una categoria a prevalenza femminile – quattro su cinque – che ha visto riconosciuta la bravura di Cassandra Kulukundis che, oltre a essere collaboratrice fidata di Anderson fin dai tempi di “Magnolia”, ha lavorato dietro le quinte di tanti successi. Il montatore Andy Jurgensen, al contrario, lavora con il regista da poco, ma ha già colpito i votanti. Se è vero che il riconoscimento per il miglior attore è sfuggito a Leonardo DiCaprio, Sean Penn ha vinto il “derby” con il collega Benicio Del Toro come non protagonista. Un’assenza pesante, la sua, dal Dolby Theatre di Los Angeles, sfumata da Kieran Culkin, che doveva consegnargli l’ambito pezzo dorato, che ha accettato in sua vece senza una parola di più.

La frecciata a Netflix

Non è stata una cerimonia con troppi fronzoli. Conan O’Brien, richiamato a condurre dopo il successo dello scorso anno, non ha risparmiato frecciate, alcune andate a segno, altre meno. Prende in giro Timothée Chalamet dopo le sue dichiarazioni sulle arti che considera minori («Il livello di sicurezza è molto alto stasera... mi dicono che temono attacchi dalla comunità dell’opera e del balletto. Sono arrabbiati perché ti sei dimenticato di citare il jazz»), suscitando risate e applausi, ma la sala si raggela quando sottolinea che non ci sono attori inglesi candidati: «Beh, almeno noi arrestiamo i nostri pedofili», commenta, riferendosi alle conseguenze degli Epstein files, ottenendo, però, il gelo in sala. Meglio prendersela con Ted Sarandos: «È la prima volta che un rappresentante di Netflix entra in un cinema o in un teatro». La battuta migliore della serata, però, non è sua, ma di un altro “talk show host”, Jimmy Kimmel, che aveva guidato gli Oscar per quattro volte in passato: «Ci sono Paesi che non sostengono la libertà di parola – commenta ma non sono autorizzato a dirvi quali: limitiamoci alla Corea del Nord e alla Cbs».

La situazione locale e internazionale, nelle intenzioni, dovrebbe stare al di fuori di una cerimonia attenta a non escludere nessuno. Ma poi Javier Bardem si presenta con un “patch” vistosissimo con la una scritta rosso sangue “No a la guerra” prima di dichiarare “Palestina libera” di fronte a un pubblico osannante. È lo stesso pubblico, va ricordato, che ha preferito una satira feroce degli Usa come “Una battaglia dopo l’altra” a un altro film ambizioso e super favorito: delle sedici statuette promesse, “I peccatori” ne ha ottenute “solo” quattro: tre tecniche (miglior sceneggiatura al regista Ryan Coogler, miglior fotografia ad Autumn Durald Arkapaw e miglior colonna sonora a Ludwig Göransson, che a 41 anni è già al suo terzo Oscar) e una per Michael B. Jordan, che nel film si sdoppia. Non c’erano quasi dubbi sulla vittoria dell’irlandese Jessie Buckley, madre sensibilissima di “Hamnet” e ha destato risate, commozione e stupore il fiume di parole di Amy Madigan, premiata come non protagonista di “Weapons”. L’outsider “Frankenstein”, di Guillermo Del Toro, ha meritato per le scenografie di Tamara Deverell e Shane Vieau, trucco e parrucco di Mike Hill, Jordan Samuel e Cliona Furey, e per i costumi di Kate Hawley. Quest’ultimo riconoscimento è stato conferito da Anne Hathaway e Anna Wintour, in promozione subliminale de “Il diavolo veste Prada 2”, con un siparietto tra l’attrice e la signora della moda, che ha detto solo, glacialmente, «And the nominees are...». Usciamo dagli Usa: era abbastanza atteso l’Oscar per il miglior film straniero a “Sentimental value” di Joachim Trier, anche se tanti sembravano preferirgli il brasiliano “L’agente segreto”. Ma, va detto, quando chiamano i candidati bisogna ascoltare la risposta della sala per avere una breve anticipazione sulla vittoria: bisogna sempre ricordare che la maggior parte dei presenti ha votato. E ha scelto per ben due premi un fenomeno come “KPop demon hunters” di Maggie Kang e Chris Appelhans, che hanno dedicato il riconoscimento alla Corea, pure se il film, d’animazione, è una produzione tutta statunitense, nata dall’accordo tra Sony e Netflix.

Cortometraggi di qualità

Il meglio degli Oscar non arriva solo dai premi “pesanti”: sono tutti da scoprire il delicato cortometraggio d’animazione “La jeune fille qui pleurait des perles”, il “corto” “The singers” di Sam A. Davis e Jack Piatt, che hanno portato uno dei loro busker sul prestigioso palco, in un inedito ex æquo con “Two people exchanging saliva” di Alexandre Singh e Natalie Musteata, il piccolo documentario “All the empty rooms” di Joshua Seftel e Conall Jones, dove le stanze vuote sono quelle delle giovani vittime della violenza delle armi, la prima causa di morte tra bambini e adolescenti negli Stati Uniti. Ha avuto un forte impatto la premiazione del documentario “Mr Nobody against Putin” di David Borenstein. L’oggetto del film, l’insegnante elementare russo Pavel Talankin, ha preso la parola nella sua lingua per sottolineare come «Per quattro anni abbiamo guardato al cielo, aspettando una stella cadente per esprimere un desiderio davvero importante. Ma ci sono paesi dove al posto delle stelle, cadono droni e bombe. Nel nome del futuro, nel nome di tutti i nostri bambini, fermate tutte queste guerre ora». Sì, il messaggio di pace più sentito nella cerimonia americana per antonomasia arriva da uno sconosciuto russo. Anche questa è la magia del cinema.

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