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Venerdì 30 Gennaio 2026
Checco Zalone ci piace perché sa parlare di noi
L’analisi “Buen Camino” batte il record di incassi in Italia ma il motivo del successo del comico è in ogni suo film. Ecco gli ingredienti: lavoro, famiglia e un po’ di menefreghismo
Calvo, virile, sprezzante. Questa, a quanto pare, è la fisionomia necessaria per far breccia nel cuore degli italiani. Che si parli di nazione o cinema i connotati che aizzano l’entusiasmo del popolo sono i seguenti. Lo stesso Zalone ne è consapevole, tanto da fornirci nel suo Tolo Tolo la parodia stessa del Duce. Se il grande artista riesce a fiutare lo spirito del tempo e non solo l’odore del proprio ego si può affermare che Zalone è il più grande cineasta italiano degli ultimi quindici anni.
Checco è, di fatto, l’italiano per antonomasia. Difetti, superficialità ma anche tanta bontà. Uno dei bias di assoluzione della nostra storia, in fondo, è proprio la locuzione “italiani brava gente”. Rozzo, sbeffeggiante, ma dolce e intelligente. Nei suoi film la cafoneria si avvale della risolutezza, della manualità avversa agli intellettuali. Ecco, dai film di Zalone si nota che nella vita Luca Medici ha lavorato. E lavora tutt’ora. Seppur in “Buen Camino”, il suo ultimo film, Checco sia un ricco ereditiero che “con costanza” non ha mai faticato un giorno in vita sua, la stessa cosa non si può dire di Luca Medici. Prende tempo, studia i costumi e, ogni quattro anni, li riassume in un film che divora incassi. Il suo percorso artistico ha peccato di egocentrismo, come in Tolo Tolo, nel quale si è avvalso della regia, per poi rendersi conto dell’errore e affidarla nuovamente a Gennaro Nunziante.
Un italiano come tutti
Working class hero, che sia statale o musicista scapestrato, Checco conosce gli italiani. Non li scruta da un vistoso terrazzo con la smorfia della superiorità morale. Checco, con gli italiani, ci prende il caffè. Checco si è sporcato le mani lavorando la terra della satira, non tagliuzzandosi gli indici mentre sfogliava libri Adelphi.
Nei suoi film Checco è un uomo comune, un colletto blu ironico e spavaldo, un padre di famiglia che non sa come relazionarsi ai figli ma ai quali vuole bene. E lo si capisce, nonostante non lo dica mai. Abbracci scapestrati e successivo sfottò. Perchè i padri, quando ti vogliono bene, ti prendono sempre un po’ in giro. Le filippiche sul senso della vita? Ma quali? Che, come cantava Masini, ognuno la impara da sé.
Paragonato addirittura ai nazisti ai tempi di Tolo Tolo Checco ha fatto quello che fanno i veri geni: si è fatto una risata. Se vuoi comunicare con le masse non è tanto importante il messaggio, quanto il potere seduttivo di chi lo veicola. E, da questo punto di vista, Checco è il più grande seduttore e narratore del mos maiorum italiano. La sua mimica goffa, perplessa e disgustata buca letteralmente lo schermo. È l’espressione che diviene già battuta: il talento del one man show.
Storie senza sesso
Zalone, nelle sue opere, è tutto il contrario di tutto. È l’italiano che si sente vittima, ma raggira lo Stato. Il razzista dal cuore d’oro. Perchè sì, una persona può essere buona nonostante sfoghi e battute scomode. E, nei film di Checco, non ci sono mai i cattivi. I personaggi di Checco sono italiani medi, ma che non si sentono italiani medi. E questa, in fondo, è l’autopercezione che lo spettatore ha di sé stesso. In un mondo dove si ostenta sempre di più la presenza Checco si nasconde. Le pubblicità sono superflue, sono un’invasione. Ci si deve presentare educatamente al pubblico. Solo se mi vogliono vedere.
E poi… nei film di Checco non c’è sesso. Luca Medici ha ben capito che il sesso non è più interessante per gli italiani. Lo cercano altrove, non al cinema. Il sesso non è più innalzato sul piedistallo come nei film di Boldi e De Sica. Durante i film di Zalone ci si rilassa, non si è in competizione e non si viene scandalizzati. Dimentichiamocelo questo fardello da cinepanettone. Questa tiritera stressante del coito. Quando si vuole stare con gli amici il sesso è una distrazione. Non ci si vuole pensare. Non ci sono modelle irraggiungibili o showgirl da calendario che si alternano ogni anno, ma fanciulle semplici, carine, intelligenti e raffinate. Le donne di cui ci si innamora. Quelle di tutti i giorni, quelle con cui ci si sente impacciati, goffi, che ne sanno sempre una più di noi e che conquistiamo con la nostra spudorata stupida semplicità.
Perchè sarà anche una frase da bacio perugina, ma ci si innamora solo quando si ride insieme. A volte non ce la si fa; Checco trova o non trova l’amore, ma con la forza dell’ottimismo non perde quegli affetti familiari che ha riscoperto durante la narrazione. D’altronde c’è qualcosa di più italiano della famiglia? Checco è come tanti italiani: figli mammoni, un po’ viziati, futuri padri distratti ma sempre capaci d’amare. All’amico riserva sempre la battuta finale, quella tranciante. Perché gli amici si prendono in giro, altrimenti sono solo conoscenti. Checco è l’amico degli italiani. Quello che al bar ci fa ridere, che ci consola e che dice sempre la cosa sbagliata al momento giusto. Ecco perchè gli vogliamo bene. L’estetica statuaria dei problemi astratti lasciamola agli artigiani della noia perchè nel mondo reale le preoccupazioni serie sono altre: ad esempio il tumore alla prostata.
La prostata
Checco ha il superpotere nel menefreghismo. E lo ha sfruttato di nuovo, attraverso “Buen Camino”: un film di una semplicità disarmante. Gli atti della sceneggiatura rispettati da manuale, le battute che in fondo già sappiamo ma che ci fanno ridere, i topos narrativi consolidati (la giovane donna di cui si invaghisce che, spiegando razionalmente ciò a cui il protagonista assiste, che sia un pranzo o un’opera d’arte, gli serve la battuta) e poi quell’ultimo tocco di genio: il controllo della prostata. Un messaggio che nulla centrava con il film ma che al film ha dato un’utilità concreta.
È come se Checco ci dicesse: «Non ho la pretesa di cambiarvi la vita con la mia arte, ma oh, una cosa utile ve la dico: fatevi controllare la prostata!» Boom di controlli e prevenzione. Ciò che ogni cineasta sogna: sensibilizzare lo spettatore. Checco ce l’ha fatta con il tumore alla prostata. Non è in fondo questo il sogno di ogni artista? Salvare, con il proprio lavoro, la vita di qualcuno? Checco, invitandoti a controllare la prostata, non ti dice che sarai migliore, ma che se non lo fai… meh, sono affari tuoi. La responsabilità. Questo è ciò che da cui provano a scappare gli italiani. Bisogna rilassarsi, farla franca. Da certe cose, però, non si può scappare. La prostata è un problema concreto che va affrontato.
Non è astrazione o paranoia. È il corpo che presenta il conto. Luca Medici, a differenza dei moralisti dell’immagine, non ci dice che se faremo come ci consiglia saremo migliori, ma che se non lo faremo saranno affari nostri. La sua è una pedagogia nazionale, ben diversa da quella morale.La prostata non è lavoro, impegno, battuta. Dalla prostata non si scappa e, se la si sottovaluta, non ci si può più ridere sopra.
Checco ha inventato così un nuovo tipo di commedia, quella che sa essere utile senza trasformarsi in predica. Abbiamo scherzato, abbiamo riso, ma ora andatevi a fare un controllo. Che male, sicuramente, non fa.
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