Desiderio e vergogna al tempo del MeToo

L’intervista a Veronica Raimo, autrice di “Non scrivere di me”. Storia di un’ossessione e di una violenza

Attentissima osservatrice del presente, la scrittrice e traduttrice Veronica Raimo torna al romanzo con “Non scrivere di me”, racconto disarmante di un’ossessione amorosa e di una violenza al tempo del MeToo, ma anche spazio in cui indagare le zone d’ombra del trauma, la difficoltà di abitarlo, la vergogna e l’ambiguità del desiderio. L’autrice è stata ospite di ChiassoLetteraria dove ha dialogato con Giuliana Altamura.

Con “Non scrivere di me “lei sceglie di raccontare la storia di un’ossessione d’amore e di una violenza. Da dove nasce questa storia?

Non so mai bene da dove nascano le mie storie, ma direi che è venuto prima il personaggio della storia. Volevo raccontare la vita di una giovane donna che avesse una parabola a cui non siamo molto abituati, ovvero una parabola di fallimento. Siamo circondate da eroine che hanno sempre una loro parabola di riscatto, oppure di eroine che devono inseguire e realizzare i loro sogni. Mi sembra un paradigma abusato e che non tiene conto del lato oscuro e problematico di quei sogni, sogni che appunto possono rasentare l’ossessione.

Scrivere questa storia le ha permesso di dare un nome a qualche aspetto del desiderio femminile che considerava ancora inesplorato o indicibile?

Ho cercato di dare voce alla vergogna che si annida dentro al desiderio, ovvero lo scandalo di desiderare qualcosa che noi stesse giudichiamo immorale. Ovviamente è un dilemma difficilmente risolvibile, e per questo è più interessante letterariamente.

La lingua di questo romanzo è tagliente e asciutta mentre i fatti che racconta — l’ossessione, il trauma, l’ambiguità dei sentimenti — sono per loro natura informi e caotici. Come ha trovato un equilibrio tra il rigore della parola e il disordine dell’esperienza vissuta?

Per me la lingua è sempre una forma di controllo, anche quando racconta il caos. Non credo molto alla scrittura che imita il disordine dell’esperienza, anzi a volte mi sembra una specie di alibi per non assumersi delle responsabilità di stile. Il che non vuol dire che sia una lingua pacificata, però, ecco, sì, avevo bisogno di un certo rigore.

Il centro gravitazionale del libro è una violenza che spacca a metà il racconto. Da quel momento S. attende che sia l’uomo che ha commesso violenza su di lei a consegnarle un senso diverso di quanto accaduto. Cosa si aspetta da quella conversazione?

Si aspetta una cosa impossibile, cioè che l’altro riconfiguri retroattivamente il senso di quello che è successo. È una richiesta infantile, oscena, eppure molto umana. Non è un senso di giustizia o di verità quello che cerca, ma la possibilità di riscrivere il passato.

Quando esplode il movimento MeToo, S. è terrorizzata all’idea che il nome di Dennis May possa emergere; non è rassicurata dalla possibilità di condividere quello stesso dolore con altre donne. Cosa teme?

Teme di perdere il controllo del racconto. Il MeToo, che è stato ed è un movimento fondamentale, porta con sé anche una forma di esposizione pubblica molto precisa, quasi un formato narrativo. S. non si riconosce in quel formato, e ha paura che la sua esperienza venga tradotta in categorie che non sente sue e quindi di non riconoscerla più.

Il discorso pubblico sulla violenza impone ancora oggi il fardello di un “modo giusto” di essere vittima o di chiedere aiuto. Il suo libro scardina questo sistema di giudizio: quali spazi di conversazione vorrebbe si aprissero in futuro e che caratteristiche dovrebbe avere una lingua capace di accogliere la complessità del trauma senza normarlo?

Mi piacerebbe che si aprissero spazi in cui accettare la contraddizione, che esiste anche nei processi di giustizia trasformativa. Mi interesserebbe una lingua che accetti l’intraducibilità come parte del discorso. Che non costringa a scegliere tra chiarezza e verità, perché a volte la verità è proprio ciò che resta opaco anche a noi stessi. Spazi in cui si possa parlare senza dover subito rappresentare qualcosa di esemplare.

© RIPRODUZIONE RISERVATA