Diventare grandi con i nonni, tra i silenzi delle montagne

Dopo la separazione dei genitori, due bambini si trovano a vivere in un piccolo paese e immersi nella sua comunità. Andina in “L’interno delle nuvole” ne racconta la storia interrogandosi su autonomia e libertà nel diventare adulti

Una madre che fugge dal quotidiano trascinando con sé due bambini e “parcheggiandoli” dai nonni per il desiderio di andare lontano e stare sola a riflettere. Un padre cui è negata la vista dei figli, isolato, arrabbiato e costretto a spiarli da lontano.

Un paese tra le montagne, in apparenza addormentato, ma in realtà brulicante di segreti e mezze parole, sensi di colpa e atti di generosità. Fabio Andina, scrittore ticinese di successo –il libro d’esordio, “La pozza del Felice”, è stato un best seller tradotto in più lingue- ritorna sul tema della crisi di coppia costruendo un romanzo asciutto e dolente, che lo apparenta ad autori quali Kent Haruf e Raymond Carver, maestri di una scrittura ridotta all’osso, che rinuncia a interpretare i personaggi per non sottrarre loro dignità.

Il centro del romanzo di Andina, infatti, non è l’evento, ma la comunità fragile che gli cresce intorno, in questo caso Giulia e Luca, bambini in fuga, i loro nonni e i vicini di casa, che reggono il peso del tempo e ci parlano di ritmi diversi e più lenti, mentre la montagna e le nuvole rimangono immutabili e forse, citando Aristofane, sono queste ultime a rendere i protagonisti in grado di pensare, parlare e riflettere sull’esistenza.

Andina, lei aveva già affrontato i guasti della vita di coppia nel romanzo “Uscirne fuori”: come mai tanta attenzione per questa tematica?

Nei miei libri riaffiorano spesso alcuni temi, come se la mia scrittura avesse una bussola propria. In realtà, non ne scelgo mai uno a tavolino. Non pianifico, non prendo appunti, non costruisco trame. Scrivo come un musicista che sente nascere una melodia e si lascia guidare dallo strumento, seguendo la musica che prende forma. L’unica eccezione è stata “Sedici mesi”, in quel caso la ricerca era necessaria, per restare fedele alla vera storia della deportazione di mio nonno. Durante la revisione di quel romanzo, però, ho iniziato a percepire con forza la relazione tra i bambini e i nonni. Li vedevo muoversi tra un paese di frontiera italiano durante la Seconda Guerra mondiale e un paese di montagna dei nostri giorni, e così mi sono ritrovato a lavorare a due romanzi contemporaneamente: “Sedici mesi” e “L’interno delle nuvole”.

La sua è una scrittura secca e ficcante, senza fronzoli, alla Simenon, e in questo libro la montagna diventa un personaggio a tutti gli effetti, una sorta di spartiacque tra passato e presente.

Come un chitarrista che cerca la nota pura e non il virtuosismo, io cerco la parola necessaria.

Non mi interessa spiegare la psicologia dei personaggi né dare un nome alle loro emozioni: preferisco che l’emozione emerga nello sguardo di un bambino verso un anziano o nel silenzio che avvolge una pineta.

La montagna costringe i miei personaggi a una posizione laterale, fuori asse, l’unica da cui si può vedere davvero la realtà. Diventa misura emotiva delle cose: non le spiega, ma offre lo spazio per viverle, sentirle addosso, attraversarle con la pazienza e l’attenzione di chi percorre un sentiero in cresta o osserva le nuvole sulle vette. È uno scenario che prediligo perché impone silenzi e pause, permettendo alla storia di emergere con più forza.

Nel libro descrive anche la vita semplice del paese, un mondo che sembra perduto e invece ancora sopravvive lontano dalla città. Lei ne fa parte, abitando in un piccolo borgo di montagna.

Sì, ne faccio parte, ma non per nostalgia. Quel mondo non è un resto del passato, ma un presente diverso. Vivere in un paese di montagna ti insegna che stare ai margini non è un limite, anzi. Lontano dal rumore della città si percepisce meglio ciò che davvero importa. Non è un mondo perduto, ma un mondo che ha scelto di restare umano, dove la semplicità di una mano tesa conta più dell’astrazione del consumo.

Quando descrive la crisi di coppia, di solito è l’uomo a pagarne di più le conseguenze, allontanato dai figli e costretto a masticare rabbia. È una solidarietà di genere la sua?

Non è una solidarietà di genere, ma verso la fragilità. Come in “Uscirne fuori”, non mi interessa fare la morale ma seguire i personaggi nel loro smarrimento. Spesso descrivo uomini che masticano rabbia per esplorare quel silenzio maschile che non sa farsi parola e che, di fronte alla frattura familiare, si trasforma in isolamento.

Quale futuro aspetta Giulia e Luca, già assai più grandi della loro età e costretti a crescere in fretta?

Sono costretti a crescere in fretta perché il mondo degli adulti attorno a loro è fragile, frammentato, spesso incapace di proteggere. La separazione dei genitori e i silenzi che la accompagnano li rendono osservatori attenti, più svegli della loro età. Nel tempo trascorso con i nonni imparano un altro modo di stare al mondo: lento e concreto, fatto di gesti ripetuti, cura e ascolto dei segnali sempre più incerti della natura. Giulia sviluppa una maturità silenziosa, sa tenere insieme ciò che nessuno le spiega. Luca conserva una memoria corporea e istintiva, che lo radica al presente.

Cosa vuol dire oggi vivere, come fa lei, lontano dalla modernità e a contatto con quel che resta della natura?

Vivere in un piccolo paese di montagna non significa fuggire dal presente né cercare una nostalgia della natura. È piuttosto una scelta di distanza, per respirare più lentamente. La mia professione di scrittore mi permette di sottrarmi alla corsa della società moderna e osservare con calma. Col tempo, questo vivere ai margini mi ha reso più essenziale nell’abitare, nel possedere e nel pensare. Alleggerire il superfluo aiuta alla mente nel trovare il suo ritmo, accompagnata dal silenzio e dai tempi lenti della montagna. “L’interno delle nuvole” nasce da questa posizione laterale. La denuncia del cambiamento climatico non è esplicita, perché la natura non accusa. Vivere a contatto con essa insegna che nulla ci appartiene davvero.

I fatti di Crans Montana hanno causato un dibattito tra chi deplora la troppa libertà concessa agli adolescenti e chi invece è convinto che i ragazzi debbano presto conquistarsi una loro autonomia. Lei cosa ne pensa, visto che nel libro i due bambini sono già molto più maturi della loro età e abituati a cavarsela in parte da soli?

Credo che oggi ci sia una grande confusione tra autonomia e accelerazione dei tempi. Spesso si parla di “lasciare liberi i ragazzi”, ma in realtà li si spinge a crescere troppo in fretta, caricandoli di aspettative e obiettivi imposti. Più che concedere troppa libertà, penso che stiamo togliendo a bambini e ragazzi il diritto di vivere la propria età. Per me l’autonomia non nasce dalla spinta, ma dalla calma: dal sentirsi sicuri abbastanza da esplorare e assumersi responsabilità graduali, senza timore di sbagliare.

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