Goodbye Country Jo. Portò a Woodstock
il “vaffa” alle guerre

L’episodio Joseph Allen McDonald, voce dei Fish, è morto. Al festival dei festival disse al pubblico: «Datemi una F». E così improvvisò un coro contro l’intervento in Vietnam

«Datemi una F!». Un uomo grida sotto il sole nel pomeriggio della seconda giornata del “Woodstock music & art fair”, un festival che ha avuto un’origine così tribolata che, alla fine, non si tenne neppure a Woodstock, ma a Bethel, a un centinaio di chilometri di distanza, sempre nello Stato di New York, complice un agricoltore, Max Yasgur, che pur essendo un anziano (aveva, in fondo, ben 49 anni), acconsentì allo svolgimento della manifestazione su un terreno di sua proprietà, accogliendo un pubblico composto quasi esclusivamente da giovani e giovanissimi hippy.

Erano attesi a decine di migliaia, ma alla fine si contò circa mezzo milione di partecipanti, un mare di gente da sfamare, intrattenere e, soprattutto, salvare, per quanto possibile, dalle raffiche di pioggia che si abbattevano a intervalli irregolari su quella comunità sorta all’improvviso per vivere «3 giorni di pace & amore & musica», come prometteva il manifesto.

Chi c’era e chi preferì di no

In scaletta c’era la crême della scena musicale dell’epoca. Nomi amatissimi dai giovani come Creedence Clearwater Revival, Jefferson Airplane e Grateful Dead, la grande Janis Joplin, il leggendario Jimi Hendrix. Non c’era, invece, Bob Dylan, nonostante il festival fosse stato organizzato, appositamente, vicino a casa sua: il “profeta” si era infatti ritirato a Woodstock e non si esibiva più. Michael Lang, il principale organizzatore, non riuscì a convincerlo, ma ottenne in cambio The Band e anche una Joan Baez con i capelli corti, vistosamente incinta e più barricadera che mai.

Certo, non c’erano neanche i Beatles e neppure i Rolling Stones, ma dalla vecchia Inghilterra arrivarono The Who, i freakettoni della Incredible String Band e uno sconosciuto Joe Cocker che, quando scese dal palco dopo avere interpretato un’incredibile versione di “With a little help from my friends” (scippata proprio ai Fab 4) era già un mito. Non sono pochi, infatti, gli artisti che si sono costruiti una reputazione a Woodstock: Richie Havens, ad esempio, chiamato ad aprire e costretto a esibirsi per quasi tre ore perché tanti nomi in cartellone non erano riusciti a raggiungere quel luogo ameno. Alla fine, esausto, ma non domo, improvvisò una scatenata versione della ballata tradizionale “Sometimes I feel like a motherless child” inneggiando “Freedom” a più non posso, diventando una delle immagini più iconiche di tutto l’evento. Anche Santana, Alvin Lee con i suoi “Ten Years After”, i quasi debuttanti Crosby, Stills, Nash & Young devono tantissimo al festival dei festival.

Ma torniamo al primo pomeriggio del 16. Mentre la moltitudine cerca qualcosa da mangiare, sulle assi del palco, infradiciate dagli acquazzoni, si prende tempo. Sale un ragazzino con una bandana attorno ai lunghi capelli crespi e dei baffoni che lo fanno sembrare molto più maturo dei suoi 27 anni. Hanno dovuto convincerlo: normalmente non si esibisce in solitaria, ma con il suo gruppo, The Fish, in scaletta il giorno dopo. Non ha neppure una chitarra con sé, quando viene reclutato, ma gliene procurano una, con una corda a fare da tracolla improvvisata.

Nome di Stalin e omaggio a Mao

Così acchittato, sale in scena, abbozzando qualche brano originale e classici di quella musica country che, diciamolo, non era così popolare all’epoca tra gli hippy. Ma a lui piaceva, infatti lo chiamavano Country Joe. Joseph Allen McDonald era nato a Capodanno, nel 1942, figlio di genitori così schierati che scelsero il suo nome di battesimo in omaggio a un altro Joe: Iosef Jughashvili, detto Stalin. Erano, per dirla con Mario Brega, «communisti così» insomma e quel ragazzo di Washington D.C. era cresciuto immerso nella controcultura.

Folgorato da Dylan aveva iniziato a scrivere canzoni che, all’inizio, pubblicava in proprio, tramite un originale magazine, “Rag baby”. Era il classico cantautore di protesta, ma convertitosi al folk rock, come tanti, aveva dato vita a un gruppo il cui nome, Fish, voleva essere un omaggio a un altro leader rosso: Mao, “il pesce che nuota nel mare del popolo”. Quando si esibivano, Joe aveva l’abitudine di richiamare l’attenzione del pubblico, chiamando a gran voce lo spelling della band: «Datemi una F! Datemi una I! Datemi una S! Datemi una H!»... e alla fine tutti gridavano “Fish”. Ma in quel momento, alle sue spalle, non c’erano Barry Melton, Gary Hirsh, David Cohen e Bruce Barthol, i suoi musicisti e, quindi, optò per un differente urlo di battaglia.

«Datemi una F! Datemi una U! Datemi una C! Datemi una K! Cosa si ottiene?». E il mezzo milione di bocche esclamò a voce piena, unica, un «Vaffa» molto più potente di quelli che altri avrebbero lanciato nei decenni successivi. Ma «Vaffa» a cosa? Lo sapeva Country Joe, che aveva scritto “I feel like I’m fixin’ to die rag” come commento satirico sulla guerra in corso, in un tempo ormai lontano in cui gli Usa esportavano la democrazia a suon di bombe. La melodia era familiare, arrivava da un classico del Dixieland di New Orleans, “The muskrat ramble”. Il ritornello si imparava subito, come una filastrocca: «Un, due tre: perché combattiamo? Non chiedermelo, non me ne frega niente, prossima fermata. Vietnam. Cinque, sei sette, aprite le porte del Paradiso: non c’è tempo di chiedersi perché, whoopie, moriremo tutti!».

Tutti messaggi di pace

Quando uscì il film tratto dal festival, qualcuno (ci piace pensare che sia stato il regista della seconda unità, un giovane cinematografaro appassionato di rock, tale Martin Scorsese) ebbe l’idea di trasformare quel momento in un karaoke, con il testo che scorreva sotto il faccione di Joe e con una pallina che suggeriva dove cantare, così che anche nelle sale degli Usa, prima, e poi del mondo tutti potessero intonare allegramente quel dissacrante messaggio di pace.

La carriera di Country Joe McDonald, in pratica, si cristallizza in quel momento. I Fish pubblicarono un solo disco, il loro quinto, dopo Woodstock, e poi si sciolsero (una reunion, fuori tempo massimo, nel 1977, ancora hippy in piena era punk). Il leader ha pubblicato un gran numero di album, tra i migliori “War war war” del 1971, che metteva in musica le liriche del poeta antimilitarista Robert W. Service, e, molti anni dopo nel 1986, “Vietnam experience”, che rivisitava lo storico “rag” rileggendo l’epopea di un conflitto che ha cambiato la coscienza degli americani. Per sempre?

Se n’è andato il 7 marzo, mentre un presidente che nel 1969 era già un imprenditore alle dipendenze del ricco padre, elencava i nuovi trionfi bellici made in Usa. Lui non era stato chiamato a partire per l’Indocina, a causa di una fastidiosa esostosi al tallone. Era il “figlio fortunato” evocato da John Fogerty in un successo dei Creedence che, però, non era ancora pronto all’epoca di un festival che non voleva suscitare controversie. Ma da allora e per sempre, chiamando Country Joe sul palco, andava in scena la politica, con la F maiuscola.

© RIPRODUZIONE RISERVATA