«La Shoah ci tocca: orrore pianificato da uomini come noi»

L’intervista Emanuele Fiano è saggista e fa parte della Fondazione Fossoli: «Il giorno della memoria è necessario. L’Olocausto non fu attuato da marziani»

Un’insistenza retorica sulla categoria del «male assoluto» (inconcepibile, inintelligibile nella sua origine e nelle sue manifestazioni) non risulta infine fuorviante, rispetto alla realtà storica della Shoah? Nella sua opera monumentale “La distruzione degli Ebrei d’Europa”, edita in Italia da Einaudi, Raul Hilberg riporta il testo di un discorso tenuto da Heinrich Himmler a un gruppo di alti ufficiali delle SS il 4 ottobre del 1943, quando il processo della «soluzione finale della questione ebraica» era già in atto da due anni: «La maggioranza di voi deve sapere che cosa significano 100 cadaveri, uno vicino all’altro, o 500 o 1000. Avere sostenuto la situazione e, nel contempo, nonostante qualche eccezione causata dalla debolezza umana, essere rimasti uomini onesti, questo ci ha induriti. È una pagina di gloria della nostra storia che non è mai stata scritta e che non lo sarà mai».

Che la Shoah non possa essere ridotta a una manifestazione di «cieca follia», di furore omicida, è confermato anche da Rudolf Höß, comandante di Auschwitz dal maggio del 1940 al novembre del 1943, nel suo “Memoriale”. In queste pagine (pure da leggere con cautela, tenendo conto della volontà dell’autore di conferirsi una sorta di aura tragica) Höß racconta che, quando compiva i giri d’ispezione negli edifici preposti allo sterminio dei deportati, i suoi subalterni gli esprimevano scrupoli e dubbi di ordine morale: «È proprio necessario sterminare così centinaia di migliaia di donne e di bambini? E io, che nel mio intimo mi ero posto infinite volte le stesse domande, ero costretto a rammentar loro il comando del Führer, perché ne traessero conforto. Dovevo affermare che questo sterminio degli ebrei era veramente necessario, affinché la Germania, affinché i nostri discendenti, per il futuro fossero finalmente liberati dai loro nemici più accaniti».

Figlio di Nedo (1925-2020), deportato nel 1944 ad Auschwitz-Birkenau, Emanuele Fiano da anni prosegue l’attività di testimonianza di suo padre e di altri sopravvissuti, incontrando soprattutto scolaresche. Già deputato del Partito Democratico e presidente dal 1998 al 2001 della Comunità Ebraica di Milano, Fiano presiede il comitato scientifico della Fondazione Fossoli ed è autore di bellissimi saggi: segnaliamo tra questi, pubblicati da Piemme, “Il profumo di mio padre. L’eredità di un figlio della Shoah “(prefazione di Liliana Segre) e “Sempre con me. Le lezioni della Shoah”.

Che da quegli eventi atroci si possano trarre delle “lezioni”, comporta che li si debba effettivamente conoscere? Che non basti un atteggiamento di condanna morale basato solo sulle emozioni?

Occorre sicuramente studiare nei dettagli quello che è avvenuto: anche per capire che gli eventi occorsi 80 o 90 anni fa potrebbero, in forme differenti, ripetersi. Non furono, quelle, azioni compiute da marziani o da pazzi. I gerarchi e i burocrati nazisti che avviarono la “soluzione finale” e ne definirono poi i dettagli attuativi, nella Conferenza di Wannsee del 20 gennaio 1942; gli ingegneri che progettarono le camere a gas e i chimici che proposero di utilizzare il Zyklon B; il personale militare e civile a diverso titolo coinvolto nelle operazioni di sterminio: tutti costoro erano uomini, e in qualche caso donne, come noi. Aggiungerei che, nell’epoca delle fake news e delle cosiddette “verità alternative”, studiare la Shoah è necessario anche per poter confutare nuove forme di negazionismo.

Nel 2014 Elena Loewenthal aveva pubblicato un pamphlet dal titolo incendiario, “Contro il Giorno della Memoria”. In quel suo testo, metteva in guardia contro il rischio di un’istituzionalizzazione della memoria, per cui ogni anno, il 27 gennaio, ci si «ricorderebbe di dover ricordare», sempre più stancamente, come adempiendo un obbligo formale.

Io conosco e stimo Elena Loewenthal; le sono anche grato per una sua bella recensione al mio libro “Sempre con me”. Su questo punto, però, non concordo con lei. È vero che, come ogni ricorrenza, la Giornata della Memoria è esposta al rischio di una mitizzazione, di una sacralizzazione retorica. Non è inevitabile, però, che le cose vadano in questo modo. Pochi giorni fa in Puglia, a Ostuni, ho parlato a 450 alunni di diverse fasce d’età, dalla quinta della primaria alle superiori: in vista di questi incontri, erano stati ben preparati dai loro bravissimi insegnanti. Ritorno su quanto le ho detto poco fa. Io credo che oggi si debbano evitare due estremi: sia quello di “congelare” la Shoah in un culto del ricordo, sia quello di presentarla come un evento a sé, al di fuori di qualsiasi inquadramento storico, come fosse stata una parentesi cupa nella storia europea, senza antecedenti né conseguenze. Da questo punto di vista, ritengo che non sarebbe di alcuna utilità abolire la Giornata della Memoria o sminuirla. Occorre invece insistere sulla formazione di chi parla della Shoah nelle scuole, di chi parla ai ragazzi in quella giornata. Peraltro, non è semplice per i docenti di Storia trattare adeguatamente di questa e di altre vicende cruciali del XX secolo, vista la riduzione di orario a cui la loro materia è andata incontro negli scorsi anni.

Ancora sull’impossibilità di ridurre la Shoah a un accesso collettivo di follia omicida: in “Sempre con me”, lei cita ampiamente un famoso volume del 1989 del sociologo Zygmunt Bauman, “Modernità e Olocausto”. Secondo Bauman, non bisognerebbe rappresentarsi la Shoah come un quadro dai colori cupi, ma come una “finestra” dalla quale vedremmo apparire in forme eclatanti i possibili esiti perversi di alcuni dispositivi sociali tipicamente moderni: la tendenza a marginalizzare dei gruppi giudicati “indesiderabili”, l’atomizzazione del lavoro, la diffusione di una razionalità solo procedurale, disinteressata ai fini.

Studiando e raccontando la Shoah, non si tratta solo di ricostruire la verità di singoli episodi. Occorre chiedersi come sia stato possibile che in quel periodo la frustrazione e la rabbia di una collettività abbiano potuto favorire l’affermazione di un regime totalitario e l’ideazione di un programma di sterminio non solo degli ebrei ma anche di altre minoranze religiose, etniche e politiche. Prima ancora di Bauman, già la cosiddetta “Scuola di Francoforte” aveva contestato l’immagine solare di una modernità solo positiva, di un progresso privo di ombre, senz’altro destinato a migliorare le condizioni di vita di tutti gli esseri umani. Ricordiamo un passaggio di Max Horkheimer e Theodor Wiesengrund Adorno, l’incipit del loro famoso libro Dialettica dell’illuminismo: «L’illuminismo, nel senso più ampio di pensiero in continuo progresso, ha perseguito da sempre l’obiettivo di togliere agli uomini la paura e di renderli padroni. Ma la terra interamente illuminata splende all’insegna di trionfale sventura».

Naturalmente non si trattava, per Horkheimer e Adorno, di vagheggiare un (impossibile) ritorno a un’età premoderna.

E nemmeno lo faceva Bauman. Dobbiamo invece prendere consapevolezza che il progresso della tecnica - ma anche, più in generale, della conoscenza umana – non ci mette automaticamente al riparo dalla barbarie. La Germania in cui Hitler salì al potere era la nazione più colta d’Europa. Il predominio di una tecnica e di un sapere intesi astrattamente può deresponsabilizzarci nei confronti degli altri esseri umani. Ecco una delle più importanti lezioni che dobbiamo trarre dalla storia della Shoah.

Dall’ottobre del 2023, con gli attacchi terroristici di Hamas e con la successiva invasione israeliana della Striscia di Gaza, è divenuto più difficile anche parlare pubblicamente della Shoah? Lei è segretario nazionale dell’associazione “Sinistra per Israele”, che ha sempre avuto una posizione duramente critica nei riguardi del governo Netanyahu; nel 2024 avete pubblicato un manifesto (“Dal 7 ottobre alla pace”) in cui si chiedeva un cessate il fuoco e il libero accesso dei convogli umanitari a Gaza, riproponendo anche la formula “due popoli, due Stati”. Non solo nei social ma anche sulla stampa, tuttavia, si è diffuso un termine di nuovo conio, “nazi-sionismo”: a significare che oggi Israele sarebbe artefice di un genocidio, come i nazisti lo erano stati nel secolo scorso.

Questo è un punto molto complesso da trattare. Io capisco che l’invasione israeliana della Striscia e i bombardamenti che hanno provocato decine di migliaia di vittime tra la popolazione civile abbiano suscitato proteste e un sentimento di indignazione nell’opinione pubblica internazionale. L’impressione mia però è che, in aggiunta alla guerra in senso proprio, si sia combattuta e ancora sia in corso una guerra delle parole. Ho appena letto, per esempio, l’ultimo libro del professor Tomaso Montanari, “Per Gaza”, e non sono affatto d’accordo con la propensione a dare per scontate definizioni che scontate non sono affatto. Personalmente, sento di dovermi opporre con tutte le mie forze alle uccisioni di civili innocenti e alla linea politica di Netanyahu; per attestarmi su questa posizione, non ho bisogno di applicare a quanto è accaduto il termine “genocidio”. In questo, non sono solo: anche Marcello Flores, uno dei massimi esperti dei totalitarismi del Novecento, si è espresso così.

Per quanto riguarda invece la parola “sionismo”: la storica Anna Foa afferma che andrebbe declinata al plurale. “Sionista” era anche il filosofo Martin Buber, che perorava l’idea di una convivenza fraterna, in Palestina, tra arabi ed ebrei.

Sì, per il termine “sionismo” vale lo stesso che per “sinistra”, in campo politico: ha senso raggruppare indistintamente sotto questa parola il marxismo-leninismo e le socialdemocrazie occidentali? A me pare di no. Dal mio punto di vista, “sionismo” è un nome con cui indicare una volontà politica di autodeterminazione del popolo ebraico. Nulla di più. In questo senso, le troppo facili equiparazioni tra l’invasione della Striscia di Gaza e la Shoah mi paiono fuorvianti: non aiutano a comprendere nella loro complessità né il passato, né il presente. Tendono invece a una semplificazione manichea, per cui tutto il bene sarebbe da una parte e tutto il male dall’altra: cosa che non è quasi mai vera, in riferimento alla storia umana. Questo approccio finisce con l’alimentare gli estremismi, mentre chi vuole la pace deve scommettere sulla possibilità dell’incontro, come avevano fatto nel 1993-1994 Yitzhak Rabin e Yasser Arafat.

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