«Regeni, c’è giustizia se c’è memoria»

Al cinema Parlano il regista e uno degli autori del film “Tutto il male del mondo” sul ricercatore ucciso 10 anni fa, Simone Manetti: «Un racconto volutamente spoglio e rigoroso». Matteo Billi: «Segue la cronaca dell’inchiesta»

Roma

«La giustizia c’è solo fino a quando c’è la memoria, e la memoria quando c’è il racconto. Il film su Giulio Regeni nasce così: come un atto di cittadinanza attiva». Simone Manetti siede accanto a Matteo Billi, mentre a pochi giorni dal lancio del loro film “Giulio Regeni, tutto il male del mondo” stanno ultimando i preparativi e le presentazioni. Simone è il regista. Matteo uno degli autori, insieme a Emanuele Cava.

La pellicola, oltre un’ora e mezza di testimonianze, racconti, immagini che trascinano lo spettatore dentro la storia, uscirà al cinema il 3 febbraio a 10 anni esatti dal ritrovamento del corpo del ricercatore, sequestrato torturato e ucciso al Cairo. «L’occasione del film si è presentata perché il collega Emanuele Cava era entrato in contatto con Paola e Claudio Regeni, i genitori di Giulio e l’avvocata Ballerini - dice Matteo Billi - Quando la famiglia gli ha aperto la porta, ha coinvolti me e Simone. E ci siamo buttati in questa avventura, che Mario Mazzarotto di Ganesh film ha deciso di produrre». «Ci siamo avvicinati con estremo rispetto perché sapevamo che avremmo tenuto aperto una ferita e che quella ferita si trova nel punto più doloroso per un genitore» sottolinea Simone. «Ma la storia di Giulio ci ha sempre colpito tantissimo e l’idea di poter tenere viva la memoria con il nostro lavoro e di raccontare la sua storia era un onore per noi». Un film «volutamente spoglio e rigoroso», come lo definisce anche il suo regista. Che si apre con le immagini sgranate e “sporche” di una veduta de Il Cairo di notte, prima di vedere l’immagine di Giulio “rubata” dal sindacalista che ha venduto il giovane ricercatore ai servizi egiziani filmandolo di nascosto, quasi a volergli carpire chissà quali inesistenti segreti.

. Regeni, il trailer del film

«Il documentario è soprattutto la cronaca della inchiesta della Procura di Roma» spiega Matteo Billi. «Abbiamo fatto un passo indietro: raccontare una storia per far conoscere tutte le carte sul tavolo nel modo più oggettivo possibile» gli fa eco Simone. «Abbiamo usato le dichiarazioni e le testimonianze rese a processo, in più abbiamo raccolto le parole dei genitori e e della loro avvocata, Alessandra Ballerini: gli unici a conoscere in ogni dettaglio questa storia». Un «racconto volutamente rigoroso e spoglio», lo definisce il regista, che non ammicca mai a dettagli inutilmente cruenti: «Anche rispetto alle torture subite da Giulio ci siamo limitati a riportare il discorso freddo e oggettivo del medico legale italiano» spiega Matteo.

«A questa macchina del tempo - prosegue Simone - abbiamo sommato una parte visiva che fa fare il clic cinematografico usando tantissimo materiale di repertorio. Alcuni contestuali alla vicenda, video agli atti del processo, altri “found footage”: materiale girato per altri scopi che abbiamo piegato alla narrazione per costruire la macchina del tempo nel quale lo spettatore può perdersi a livello sensoriale costruendo una sorta di mosaico visivo». Giulio si vede poco: «Uno dei pochissimi momenti in cui lo si vede - spiega Matteo Billi - è il famoso filmato rubato con una telecamera segreta dal sindacalista Abdellah; un filmato molto sporco, perché la telecamera era nascosta probabilmente tra i suoi abiti. Tutto il linguaggio del documentario rispecchia quel tipo di “sporco”». Ma chi era Giulio Regeni e perché è stato torturato e ucciso? «Giulio era davvero bravo in ciò che faceva» dice Matteo. «Un possibile movente lo ha fornito il pm Sergio Colaiocco in aula: gli egiziani si erano convinti che lui fosse una spia inglese che indagasse sui sindacati vicini ai Fratelli Musulmani, che sostenevano il precedente presidente Morsi poi rovesciato dal regime di Al Sisi» sottolinea Simone. E Matteo: «Un regime talmente paranoico che anche un ricercatore che fa bene il suo lavoro può diventare sospetto».

Ma come atto di cittadinanza attiva, il film su Giulio è anche altro: «È la cronaca di un cittadino italiano che, nonostante tutto, non è stato abbandonato dalle istituzioni italiane. O meglio: da certe istituzioni italiane» dicono entrambi. Tra cui: «Lo Sco della Polizia, i Ros dei Carabinieri e poi la Procura di Roma.Nonostante il muro eretto dall’Egitto sono riusciti a rinviare a giudizio quattro imputati della national security egiziana. Un lavoro che si scontra con la realpolitik che ha tradito Giulio: altre istituzioni hanno dimostrato autonomia a qualsiasi coinvolgimento politico e hanno fatto il loro lavoro».

«È un film che riguarda tutti noi come società democratica, perché tocca tutti i Giuli e le Giulie. “Tutti i mali del mondo” è la definizione di mamma Paola dopo aver visto il corpo del figlio, ma quel male è il male sistemico di quando non vengono rispettati i diritti civili». E quindi ricordare è un dovere.

“Giulio Regeni, tutto il male del mondo” sarà proiettato in anteprima lunedì sera allo Spazio Gloria in via Varesina a Como. Dalle 20.30 ci sarà un collegamento live da Milano con i genitori di Giulio, Paola e Claudio Regeni, il regista Simone Manetti e gli autori Matteo Billi ed Emanuele Cava. A seguire ci sarà la proiezione in anteprima del film.

La pellicola uscirà nei cinema nelle giornate del 2, 3 e 4 febbraio ovvero in concomitanza con i dieci anni dal ritrovamento del corpo di Giulio. A Como il cinema Astra di viale Giulio Cesare ha già in programmazione la proiezione, ma anche a Erba e a Cantù è prevista l’uscita nella settimana di lancio ufficiale del documentario.

© RIPRODUZIONE RISERVATA