Scoprire Chiusano, un “germanista
senza cattedra”
Nato cent’anni fa Studioso e traduttore d’eccezione. Omaggio alla sua passione per la letteratura europea, ai suoi romanzi poco noti e al suo amore per Goethe
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Era quel che si suol definire un “signore”. Possedeva una connaturata modestia (qualità rarissima nei cosiddetti ambienti culturali, di solito infestati da “ego” assurdamente ipertrofici), unita a un nativo pudore dei sentimenti che non era mai una posa, ma piuttosto una sintassi interiore e un rigoroso abito morale, un costume dell’intelligenza.
Chi scrive, allora giovane traduttore e curatore di un volume di racconti di Robert Walser, arricchito dalla sua meravigliosa prefazione, ha avuto la fortuna di conoscerlo di persona e lo ricorda con affetto e riconoscenza, così come ricorda le lunghe conversazioni fatte di questioni di traduzione ma anche – e soprattutto – di disquisizioni tecnico-tattiche.
Mediatore tra culture
Perché “disquisizioni tecnico-tattiche”? Perché era l’estate dell’ormai archeologico 1994 e si stavano disputando i Mondiali di Calcio che l’Italia avrebbe poi perso ai rigori, in finale, contro il Brasile (davvero altri tempi, quando l’Italia partecipava regolarmente alla fase conclusiva). Figlio di un diplomatico, di origini piemontesi ma nato a Breslau/Breslavia – l’odierna Wroclaw – il 10 giugno 1926, autentico poliglotta (oltre alla lingua materna, parlava correntemente tedesco, francese e portoghese) e uomo di sterminata cultura mai disgiunta da un “esprit de finesse” di stampo settecentesco, Italo Alighiero Chiusano è scomparso troppo presto nel 1995 all’età di 69 anni, nel “buen retiro” di Frascati, la località dei Castelli Romani scelta in onore del diletto Cicerone e delle amatissime “Tusculanae Disputationes”.
«Grigia è ogni teoria», dice un celebre verso del “Faust” di Goethe. È in virtù di una simile consapevolezza che Chiusano si era simpaticamente autodefinito “germanista senza cattedra”, perché la sua opera di studioso, letterato e mediatore culturale si è realizzata esclusivamente nell’ambito della traduzione e della pubblicistica, in una sorta di voluta distanza da certe rendite di posizione e da talune strettoie dell’accademia. Grande conoscitore di cose tedesche (ma ha tradotto, e bene, anche dal portoghese), Chiusano è stato un ottimo divulgatore, uno straordinario conoscitore di teatro e un raffinato traduttore, che a partire dai primi anni Cinquanta, ancora giovanissimo e in un periodo molto delicato, ha contribuito in maniera sostanziale alla rinascita della letteratura di lingua tedesca in Italia.
Lo ha fatto principalmente con la scoperta del giovane Heinrich Böll – che fu anche suo fraterno amico – e con l’attenzione rivolta a scrittori come Hermann Hesse (col quale fu anche in contatto epistolare), Friedrich Dürrenmatt, Max Frisch, Alfred Andersch e Gregor von Rezzori, ottimamente tradotti, commentati e presentati ai lettori di lingua italiana. Tra le sue tante curatele, non può essere trascurato il monumentale carteggio di Thomas Mann per i “Meridiani” Mondadori, che ha fatto scoprire anche in Italia, per la prima volta, molti aspetti poco noti dell’autore de “I Buddenbrook” e “La montagna incantata”.
Tesori nascosti
Sono soltanto alcuni nomi, perché un elenco con pretese di completezza sarebbe lunghissimo, come testimonia l’ampiezza e la profondità del libro-meraviglia “Literatur”, pubblicato da Rusconi nel 1984, che raccoglie in più di settecento densissime pagine trent’anni di interventi critici dedicati alla cultura tedesca, dalla Saga dei Nibelunghi al secondo Novecento: un’autentica miniera di informazioni, perfino un’enciclopedia in miniatura, non la si può definire altrimenti. Merita inoltre di essere ricordato l’altro volume di saggi “Altre lune”, pubblicato da Mondadori nel 1987, che raccoglie le sue incursioni (sempre acutissime, puntuali e ricche di stimoli) in altre letterature e altri ambiti linguistici: non solo la Germania e l’Italia, ma anche il mondo anglosassone, la Francia, la cultura ispano-americana, i classici greci e latini, il Giappone. Non va infine dimenticato il Chiusano narratore: romanzi come “L’Ordalia” e “Konradin” sono tesori nascosti, che attendono ancora di essere scoperti in tutto il loro valore.
Ma il grande amore di tutta una vita, uno di quegli “amour fou” letterari che assorbono completamente e diventano una piacevole ossessione, è stato l’amore per Johann Wolfgang Goethe, sul quale Chiusano ha scritto un’infinità di saggi e contributi critici. Vale la pena ricordare, ad esempio, un delizioso volumetto dal titolo “Goethiana - Otto pezzi facili su temi del cavalier von Goethe”, pubblicato nel 1983 per le edizioni Studio Tesi, così come non bisogna assolutamente dimenticare i penetranti capitoli dedicati allo stesso Goethe nell’imprescindibile “Storia del teatro tedesco”, pubblicata da Einaudi tra il 1975 e il 1976. L’apice è tuttavia costituito da una monumentale biografia (magistralmente costruita come un romanzo, e che in effetti si legge come un romanzo) intitolata “Vita di Goethe”, edita nel 1981 da Rusconi e ripubblicata negli scorsi anni da Neri Pozza: un altro esempio di enciclopedia in miniatura, perché contiene tutto quanto è necessario sapere a proposito di Goethe.
La luce, il niente e la “zampetta”
I meriti di questa biografia, che nella sostanza è anche un’autobiografia obliqua e indiretta, sono tantissimi. È particolarmente suggestivo e rivelatore, nello specifico, il vero e proprio smontaggio e rimontaggio degli ultimi istanti di vita e delle ultime parole pronunciate da Goethe. Secondo la vulgata, che ha contributo a fondare il mito, quelle parole sarebbero state “Mehr nicht” (“Più niente”) oppure “Mehr Licht” (“Più luce”). Ma per Chiusano la verità è un’altra: l’ultima parola pronunciata da Goethe sarebbe in realtà “Pfötchen”, “zampetta”, amorevolmente indirizzata alla nuora Ottilie, che nel momento del trapasso si trovava al suo capezzale: «Su, piccola, dammi la tua cara “zampetta”».
Una parola semplicissima, perfino banale, ma proprio per questo estremamente vicina all’insondabile mistero dell’esistenza, che Goethe ha evocato in ogni sua pagina e ha infine sintetizzato nei versi di “Eredità”, una delle sue ultime poesie. Chiusano li ha posti non a caso a suggello della biografia: parlando di Goethe, ovviamente, ma forse anche di sé stesso, del senso della propria opera, di una fede cristiana profondamente vissuta eppure mai settaria.
E soprattutto articolata laicamente, nel segno della speranza ma anche del dubbio: «Nessun essere può dissolversi in nulla / Eterno è l’essere. / Il passato ti sarà durevole, / vivo il futuro nell’immaginarlo, / e l’attimo sarà l’eternità». È proprio questa, con ogni evidenza, l’inestimabile eredità del “germanista senza cattedra” ma autentico maestro Italo Alighiero Chiusano nel centenario della nascita. Riscoprirla e apprezzarla è un obbligo, quasi un dovere morale, una residua forma di resistenza all’odierna barbarie.
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