Dal carcere alla vita: ripartire si può

La storia Angelo, una lunga esperienza di detenzione: poi la libertà ritrovata, anche grazie ai lavoro dei volontari

Dare fantasia ai pensieri e alle realtà più nascoste. Vedere uno spiraglio di luce in una giornata grigia parlando di cose diverse dal tuo reato. Angelo Vasta ha alle spalle lunghi anni di carcerazione ed è riuscito a cambiare vita. Lavora stabilmente, ha una compagna, senti dalla sua voce la gioia di poter vivere la libertà, la serenità nel raccontare il suo passato di carcerazione. Tra i molti istituti di pena in cui Angelo è stato detenuto c’è anche la Casa Circondariale di Como, dove ha frequentato corsi di scrittura creativa e di matematica e un laboratorio di lettura di libri classici.

Il laboratorio di scrittura in carcere

«Ricordo che i primi anni della mia carcerazione ero disinteressato a tutto, vedevo tutte le attività che ci proponevano come cose superflue, che non mi avrebbero mai dato nulla, vivevo dentro “giornate fotocopia”, una dopo l’altra tutte uguali, ma non potevo continuare a starmene in cella a costruire velieri con gli stuzzicadenti, così ho preso l’attestato di terza media, ho frequentato un corso di informatica e il primo anno di geometra. Non vedevo queste attività come una possibilità per uscire prima, ma come occasioni preziose per accrescere il mio bagaglio di competenze, il mio sapere».

«Quando frequentavo il laboratorio di scrittura di Eletta Revelli nel carcere di Como, bastava la visione di una semplice immagine per creare un discorso su quello che avrei voluto fare nella vita e che non sono riuscito a fare, con lei si era creato un clima di fiducia e di rispetto reciproco, le mie giornate avevano più valore e mi facevano sentire più vivo».

Un’altra attività che Angelo scopre a Como è la lettura di romanzi: «Non sono mai stato un gran lettore ma ho scoperto nuove realtà, anche spiacevoli, ma che ti fanno capire i problemi degli altri. Mi sono innamorato di “Fine pena ora”, scritto dal magistrato Elvio Fassone, che racconta lo scambio di lettere tra un giudice e l’ergastolano che lui ha condannato. Una storia incredibile che mi ha fatto molto riflettere. Però mi sono tenuto per me i miei pensieri su questo libro, perché c’è molto scetticismo tra i detenuti... per quelli che vivono, come si dice, di “pane e malavita” è difficile andare oltre la contrapposizione tra chi giudica e chi ha sbagliato».

Sia la lettura che la scrittura hanno aiutato Angelo a dare colore alle giornate, a dialogare con persone estranee al contesto del carcere: «Chi entra a incontrarti ti fa uscire per un po’ dalla realtà della restrizione, con Eletta ho avuto questo confronto e questa comprensione, ho sempre ricevuto una carica positiva e ho imparato a usare le parole per dare sfogo alla fantasia».

Mettersi in gioco dietro le sbarre

È realista Angelo quando aggiunge che c’è sempre chi dice “non mi interessa, io voglio continuare a vivere di crimine” e qualsiasi corso lo frequenterà solo per ottenere qualcosa, per avere un beneficio, una piccola retribuzione o semplicemente per svagarsi qualche ora. Ma se si punta su relazioni autentiche e sull’amicizia, può nascere davvero il cambiamento: «Ci sono persone complicate in carcere, con tante fragilità psicologiche... non è facile, ma se ti arrivano comprensione e valori e vieni considerato come una persona con cui confrontarsi, non ti senti discriminato».

Oggi Angelo si mette in gioco ogni giorno ed è diventato anche lui volontario. Di recente, ha incontrato i ragazzi di una scuola media: «Avevo il terrore di far loro paura, ma ero molto più terrorizzato io! È stato un incontro davvero positivo, i ragazzi mi hanno divorato con le domande e mi hanno trasmesso tanta saggezza».

«A volte - confida Angelo - facendo io conti con il mio “io”, ripenso a certi episodi che sono accaduti e mi sento in colpa per certe cose che sono successe, ma non posso tornare indietro. Guardo avanti, provo a riparare per quello che posso. Ogni quindici giorni all’opera San Francesco di Milano aiuto a distribuire il cibo. Mi sono rivisto quando ero in difficoltà, quando cercavo qualcuno con cui scambiare una parola e non c’era nessuno, perciò se mi capita di stare accanto a un senza tetto, cerco di farlo sentire un essere umano. E questo mi fa bene».

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