Guerra in Medioriente e la drammatica situazione in Libano: «Da noi “pace” è una parola grossa»

La testimonianza Abdul ha lasciato Beirut nel 1989 e ora vive nel Comasco: «Non c’è un muro tra popoli, ma un muro tra Stati»

Ha lasciato Beirut nel 1989 insieme a tanti altri giovani come lui, appena diciottenni, in cerca di un futuro senza guerre. Oggi si ritrova, per l’ennesima volta, a vivere l’ansia per i suoi cari rimasti in Libano.

Nel ripercorrere la sua storia, Abdul Aziz Hamze – oggi presidente e portavoce dell’associazione culturale Assirat – ha parole di affetto e gratitudine per don Renzo Scapolo che a Valmorea, a pochi passi dal confine svizzero accolse migliaia di rifugiati. «Ci ospitò nella sua chiesa, permettendoci di pregare – racconta Abdul - poi mi riaccolse una seconda volta, in attesa del permesso di soggiorno. Fu grazie a lui, che mi accompagnò in questura a fare i documenti, che potei essere assunto da una cartiera di Castiglione Olona. Era l’11 aprile del 1990. Non me ne sono più andato».

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Da sempre invasi, da sempre in guerra

Il Libano - dice Abdul con amarezza - «non è mai stato un Paese sovrano, siamo sempre stati invasi e siamo sempre stati in guerra... per noi “pace” è una parola grossa». I fratelli, gli zii, i nipoti di Abdul abitano proprio in quella Beirut del sud che è stata bombardata dai missili israeliani. Sono centomila ormai gli sfollati che hanno dovuto abbandonare la città: «Hanno colpito una palazzina proprio di fronte alla casa dei miei... per fortuna hanno potuto trovare ospitalità nell’interno, verso le montagne, da lassù mi raccontano di vedere le esplosioni. La gente riceve messaggi surreali sul telefono: “lasciate subito le vostre case se non volete essere colpiti”».

«Ricordi d’infanzia e di adolescenza legati solo a conflitti e massacri come quello di Sabra e Shatila»

«Sono tornato per un breve periodo a vivere in Libano ma non mi trovavo bene, l’Italia mi mancava – continua Abdul -. Qui ho trovato serenità, mi sono sposato, sono nati miei cinque figli a cui ho cercato di trasmettere la ricchezza di avere due culture nella loro vita. Solo mio fratello maggiore ha potuto vivere il periodo d’oro del Libano, quando si diceva che fosse la Svizzera dell’Oriente, ma io e i miei coetanei abbiamo ricordi d’infanzia e adolescenza legati solo a conflitti e massacri come quello di Sabra e Shatila, a invasioni di siriani, israeliani, alla presenza di militari».

Il ruolo della religione

Abdul tiene a precisare che non si tratta affatto di guerre di religione: «Conosco diversi ebrei e con loro ho scambi di opinione pacifici. Il muro che ci divide non è un muro tra popoli ma tra Stati, per noi il popolo ebraico è il popolo di Giacobbe, mia madre era cristiana ortodossa di origine siriana... Chi odia e chi uccide non ha religione, chi uccide nel nome di Dio non conosce Dio – si accalora Abdul – il governo di Netanyahu vuole la guerra e il caos all’insegna del “divide et impera”».

«Da don Renzo Scapolo ho trovato accoglienza e una seconda possibilità»

Assirat, che significa “la retta via”, è un’associazione al servizio della comunità musulmana sciita nata nel 2010 proprio su iniziativa di quel gruppo che lasciò il Libano nel lontano 1989: «Io e i miei coetanei compatrioti abbiamo conosciuto il rifiuto e la disperazione di chi non ha un posto dove andare. Da don Renzo Scapolo ho trovato accoglienza e una seconda possibilità. Si faceva trovare alla stazione San Giovanni con un cartello scritto in arabo che diceva di chiamare un numero di telefono se avevi bisogno di aiuto. Così ho fatto. Qui ci siamo sentiti accolti e al sicuro, dopo il violento respingimento subito dagli svizzeri».

I fondatori e i nuovi membri di Assirat si ritrovano tutti i giovedì nella parrocchia di don Giusto Della Valle, erede del motto di don Renzo Scapolo: «Il nostro sogno è una sede per poter fare corsi di lingua, tenere viva la nostra tradizione e coltivare la fede nella pace e nel rispetto del sacro che c’è in ogni fede».

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