«Il mio Iran oggi lacerato tra la libertà e i missili»
La storia Radin Kherkhahan-haghighi, studente comasco del Setificio, racconta la terra d’origine di entrambi i suoi genitori: «Ci sono andato ogni estate da sempre: la mia famiglia è lì. Sperano nella fine del regime, ma sono sotto i missili»
«Non è facile spiegarlo... è come l’altra faccia di una stessa medaglia. C’è speranza per un Iran futuro che sia libero dal regime attuale, ma c’è anche il dolore di chi muore o ha paura di morire sotto le bombe». Non c’è sintesi migliore di queste parole di Radin Kherkhahan-haghighi, giovane comasco all’ultimo anno di scuola superiore al Setificio, per descrivere la situazione in cui si trova la terra da cui provengono entrambi i suoi genitori, l’Iran. Una situazione che Radin ha provato a raccontare, nelle sue contraddizioni e complessità, anche ai suoi compagni di classe, in questi giorni.
La Storia mentre accade non ha mai una lettura immediatamente certa, insindacabile. Ora, nel mezzo dei missili incrociati c’è un solo modo di farsi un’idea di quanto accade: ascoltare la voce di chi conosce, per averla vissuta, sulla propria pelle o su quella dei propri cari la crudeltà della guerra e che non minimizza né semplifica le contraddizioni che le guerre, tutte, portano con sé.
Lo consigliava Susan Sontag, nei primi anni Duemila, in un saggio dal titolo “Looking at war”, in cui alle immagini delle mutilazioni di guerra, dei corpi senza vita - o, come accade oggi, ai video immediatamente disponibili su tutti i social dei bombardamenti decontestualizzati e gettati nella bocca famelica delle piattaforme - la giornalista e filosofa suggeriva di preferire racconti e immagini capaci di offrire contesto, di calare il dolore in una storia, senza ridurlo mai a una banalità immediatamente comprensibile. Bianca o nera. Di superare cioè l’idea della guerra come gioco strategico, distante e distaccato dall’immenso (e spesso incomprensibile) dolore che provoca in chi la subisce.
«C’è la gioia per un Iran futuro più libero ma anche la paura»
Scorciatoie per sentirsi vicini
Quel contesto indispensabile si conquista ascoltando le voci di chi come Radin Kherkhahan-haghighi conosce i luoghi in cui la Storia si sta srotolando per averci passato molto tempo e per averli molto amati. «Quasi ogni estate, da sempre» specifica.
Luoghi come il baazar di Tabriz, dove vive una parte della sua famiglia: «Un luogo così diverso da Teheran, a nord, verso l’Azerbaijan e l’Armenia (che a sua volta dal finesettimana è entrato in questa guerra che coinvolge ormai 15 Paesi, ndr). Lì c’è un Iran di campagna, mentre Teheran è una città immensa: io amo i suoi supermercati, enormi, dove vado spesso con gli amici». Di questi giorni di fuoco aperto sulla terra della sua famiglia, Radin racconta soprattutto i silenzi: «Non stanno andando al lavoro: lì ora è tutto fermo. Io e i miei genitori non possiamo chiamarli, devono essere loro a chiamare noi - spiega - Un po’ come è successo durante la guerra dei dodici giorni (la guerra a suon di missili, come questa, ma più performativa e decisamente meno violenta di quella in corso, che si è svolta tra Israele e Iran tra il 13 e il 24 giugno dell’anno scorso, ndr) quando c’è stato un black out completo in tutto il Paese. Però poi si imparano le scorciatoie, i modi per sentirsi comunque vicini ai propri cari. Qualche giorno fa mio padre era in chiamata con mia zia e si è sentito un missile: mi ha fatto una forte impressione».
La paura dei suoi parenti è dovuta agli intensi bombardamenti che nel primo giorno di questa nuova guerr hanno ucciso Ali Khamenei, Guida suprema dell’Iran a capo della vita religiosa e del clero sciita (una delle due correnti religiose in cui si divide l’islam), ma anche massima autorità del Paese, che è uno dei pochi al mondo a maggioranza sciita. Khamenei rappresentava l’ala più radicale dei conservatori iraniani e sotto la sua guida il Paese ha conosciuto un regime estremamente autoritario e repressivo con gravi conseguenze sulla vita economica del Paese e sui diritti delle donne.
Un regime a cui il popolo iraniano e in particolare la fascia più giovane del popolo iraniano fa da tempo opposizione. «Il weekend scorso ho sentito mio cugino e lui mi ha detto che è uno dei momenti più belli della sua vita» dice Radin, dando concretezza alll’ossimoro di un Paese sotto attacco che festeggia quei missili e quei droni che mettono sì a repentaglio le vite ma anche fine a una dittatura.
«Il regime? Lo senti quando sei lì. Il volto della Guida suprema su tutti i manifesti e l’attenzione delle ragazze nel togliere il velo e valutare se ci saranno o meno controlli»
«Quando ero in Iran, d’estate, negli ultimi anni sentivo la presenza del regime, la sentono come me tanti giovani che vivono lì - racconta Radin - Per esempio, se avevo i pantaloncini corti a volte mi chiedevo se potesse essere un problema. Oppure per accedere a Instagram e Whatsapp serviva sempre la Vpn e anche il numero di telefono poteva diventare un problema: se passi più di tre mesi in Iran, devi farti un numero iraniano. E poi appena arrivavo vedevo ovunque i manifesti con i volti degli ayatollah...». Racconta anche di com’è cambiato il rapporto delle sue coetanee con il velo, soprattutto dopo le grandi proteste di piazza successive alla morte di Mahsa Amini, nel 2022: «Nei locali, in questi ultimi anni, ho visto tante ragazze toglierselo, ma fuori c’era sempre qualcuno che avvisava se arrivavano a fare dei controlli e lo dovevano rimettere di corsa».
Il tè, l’accoglienza, l’amore
Per il cugino di Radin e per tanti iraniani la sensazione è quella di trovarsi di fronte a una svolta della Storia. Incerta però, come è inevitabile che sia dal momento che arriva a seguito di un attacco di un altro Stato che insieme alla distruzione del sistema di potere attuale ha portato anche grande confusione.
A questa, nella testa di Radin, si mescolano i ricordi di un’Iran che è casa. Il cibo saporito e senza pari della cucina iraniana, la bellezza del Golfo Persico, oggi al centro della cronaca per gli attacchi dell’Iran sui Paesi che vi si affacciano e le complicazioni al mercato energetico, che da lì, inevitabilmente, passa, ma nei ricordi di Radin luogo di famiglia, d’estate, di felicità. «Dell’Iran io ho solo ricordi belli: la sua cultura è immensa e meravigliosa ma l’aspetto più bello per me sono le persone. Ovunque sono andato mi sono sentito accolto».
Ripensa ai rituali di accoglienza, come il tè, bevanda sacra e simbolo di un’ospitalità che lascia il segno nella memoria e nel cuore. «Ogni volta che torno lì, tutta la famiglia si riunisce per passare del tempo insieme: questo è per me l’Iran».
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