Diogene / Como città
Martedì 20 Gennaio 2026
«La Libia terra dell’orrore: lì siamo stati ingannati, rapiti e picchiati»
Migrazione Il racconto di tre giovani migranti: nelle mani della mafia bengalese, poi la traversata e l’arrivo a Como. Le torture nelle case-magazzino di Tripoli: «Ci costringevano a fare video per chiedere soldi alle nostre famiglie»
Il comune denominatore delle tre storie di Salman Sheikh, Afjul Miha e Uzzal Abdul potrebbe essere il loro luogo d’origine o la loro meta finale se questa fosse una delle (rare) storie di migrazione in cui la sofferenza trova poco spazio. Questa però è tutt’altra storia.
Partiti tutti e tre dal Bangladesh, Salman, Afjul e Uzzal sono arrivati a Como poche settimane fa. Ed è a Como che, incrociando le proprie esperienze, hanno scoperto cosa le accomuna più di qualsiasi altro evento: le violenze subite in Libia. Rinchiusi in una casa-magazzino e torturati ripetutamente, picchiati da chi aveva promesso loro un lavoro e un futuro, i tre alla domanda “cosa ne pensi della Libia?” rispondono senza esitazione: «Non è un luogo sicuro». La loro è un’idea di Libia ben diversa da quella che emerge dal Memorandum d’intesa tra Italia e Libia firmato nel 2017, in cui la guardia costiera libica viene considerata un alleato dell’Italia nella gestione dei flussi migratori e nel contrasto a immigrazione illegale e traffico di esseri umani. Piuttosto, la loro narrazione ricalca quella espressa dalla Corte europea dei diritti dell’uomo: la Libia, tappa di tante rotte migratorie che lì si incrociano, è un porto tutt’altro che sicuro.
Vicende diverse ma parallele
Si stima siano almeno 28mila in 10 anni le vittime nel Mediterraneo
La storia dei tre uomini bengalesi, riuniti in una sera di gennaio all’oratorio di Rebbio per raccontarsi, ricalca quella di molti loro connazionali in fuga dalla povertà estrema e radicata in Bangladesh. La quota di bengalesi che vive sotto la soglia di povertà estrema, guadagnando poco più di due dollari al giorno, è il 2,6% ed è in crescita, i disoccupati sono 8milioni e un Pil pro capite di circa 1.500 dollari all’anno.
«Sono andato in Libia per raggiungere l’Italia, su proposta di un vicino di casa che mi aveva promesso un lavoro in fabbrica: dopo alcuni mesi senza ricevere stipendio sono stato sequestrato da quell’uomo, un bengalese alcolizzato, che mi ha privato del cibo e mi ha minacciato di vendermi alla mafia bengalese» dice Sheikh. Poi il suo racconto prosegue, la voce è sicura, ma lo sguardo sfuggente, soprattutto quando si apre il capitolo delle torture subite: dice di essere fuggito, di aver chiesto aiuto a una coppia di conoscenti, a Tripoli.
Il consiglio della coppia di amici è stato perentorio: lasciare la Libia, il prima possibile. I creditori bengalesi però lo avevano ormai inserito nella loro lista e tornare in Bangladesh non era più un’opzione. L’unica strada possibile ormai era quella più pericolosa: la traversata del Mediterraneo è una tratta migratoria tra le più letali, secondo l’Oim (organizzazione internazionale per le migrazioni) che ha stimato la morte di oltre 28mila persone tra il 2014 e il 2024. Un passaggio obbligato del viaggio promesso a Sheikh fin dalla partenza in Bangladesh, ma che in Libia presenta ostacoli prima ancora di salire a bordo di uno dei gommoni predisposti per il trapostro dei migranti.
Per pagare la traversata, infatti, Sheikh ha dovuto sborsare altre migliaia di euro che sperava di guadagnare con il lavoro che gli era stato promesso a Tripoli e che invece ottiene chiedendo aiuto alla madre. Lei, nella speranza di farlo arrivare in un posto migliore, vende un pezzo di terra e glieli fa arrivare in Libia, tramite un complesso sistema di creditori e mediatori basati tra il Bangladesh e Tripoli. Quei soldi finiscono dritti nelle tasche dei trafficanti che lo portano in una “casa di partenza”. «Aspetta qui, domani parti» gli dicono. Ma così non è. Sheikh viene picchiato quando chiede aiuto, ha sete ma gli viene data acqua sporca, l’attesa lo logora ed è solo l’ennesimo versamento di denaro da parte della famiglia a farlo arrivare su un gommone.
Una rete criminale già nota
I trafficanti di uomini lavorano con intermediari, detti Dalal, che adescano le loro vittime in Bangladesh con la promessa di un lavoro e di un futuro felice in Occidente
Diversa ma altrettanto cruenta è la storia di Afjul Miha e di Uzzal Abdul: raccontano di essere arrivati a Tripoli con una tappa in Egitto in un caso e da Dubai nell’altro, pagando agli intermediari che li hanno convinti a partire tra i 2 e i 3mila euro. «In Libia ci hanno richiesto solo il biglietto aereo, zero controlli sui documenti». È questa la prima spia dell’operazione criminale in cui sono rimasti incastrati e di cui ci sono varie testimonianze rese da altri migranti bengalesi arrivati in Italia. Una delle più impressionanti ha portato, ad agosto, alla conferma da parte della Corte di Cassazione delle misure cautelari in carcere nei confronti di un cittadino del Bangladesh arrestato a Ragusa e accusato di associazione per delinquere, riduzione in schiavitù e sequestro di persona a scopo di estorsione con l’aggravante della transnazionalità.
A gestire partenza, tappe intermedie, approdo in Libia e in molti casi anche la traversata nel Mediterraneo sono gli intermediari, chiamati Dalal: sono loro a convincere i giovani bengalesi a intraprendere un lungo viaggio pieno di pericoli con la promessa di buoni lavori e di un futuro felice in Occidente, in molti casi specificamente in Italia, tanto che esiste persino un villaggio nella regione di Madaripur, a un centinaio di chilometri dal Bangladesh (dove uno dei tre intervistati racconta di essere nato) chiamato Little Italy: qui quasi tutti hanno un amico o un parente che si è fidato di un Dalal ed è partito per l’Italia. Ma l’Italia è la salvezza, l’incubo tutto ciò che la precede.
Prima di toccare le coste della Sicilia, Miha e Abdul infatti vengono «rapiti per strada, all’improvviso, dopo aver lavorato a Tripoli per pagare la traversata in mare, e venduti alla mafia bengalese: in Libia è diffusa e lì bengalesi e libici lavorano insieme». Quindi la prigionia in due case-magazzino diverse ma simili nel funzionamento: piccoli appartamenti dove si è prigionieri, spesso legati alle sedie per lunghissime ore durante la giornata, dove si viene picchiati ogni giorno con tubi che lasciano i segni. Uzzal li mostra, in foto, senza vergogna: la sua schiena è un patchwork di strisce rosse, la forma evidente di un tubo impressa sulla sua pelle, ripetutamente. «Devo raccontarlo - dice Uzzal - Devo denunciarlo. Ho subito questo dolore per 40 giorni ed ero costretto a fare video -chiamate con la mia famiglia per chiedere loro denaro».
Un drenaggio continuo di soldi versati dal Bangladesh sul conto dei trafficanti bengalesi, ancora una volta grazie all’intervento dei Dalal, gli intermediari. «Ho dovuto subire lo stesso, ma per una settimana» racconta Afjul. Lui è il più giovane dei tre e il suo è un racconto di disincanto: «Mi avevano promesso che avrei potuto lavorare e io volevo lavorare, ma loro volevano i soldi della mia famiglia». E infatti sia lui che Uzzal, una volta liberatisi dalla mafia bengalese e dalle case-magazzino, devono trovare altro denaro, questa volta per pagare i trafficanti libici e lasciare il “porto sicuro” di Tripoli. Sperando di non annegare.
«Non è un Paese sicuro, ma l’Italia deve riconoscere questa cosa»
Per chi si occupa di persone migranti da anni, come don Giusto Della Valle, la storia dei tre uomini bengalesi che ora hanno trovato accoglienza a Como, in alcune cooperative e centri di accoglienza del territorio, non è affatto inedite. «Qui da noi, in comunità parrocchiale a Rebbio, sono arrivate diverse persone che hanno raccontato di aver subito torture in Tunisia e anche in Libia. In questo il nostro governo ha una responsabilità importante nel momento in cui definisce sicuri luoghi che non lo sono... per questo raccontare storie come queste è fondamentale».
Il governo italiano avrebbe avuto modo, a novembre del 2025, di interrompere gli accordi con il governo libico e il sostegno alla loro guardia costiera. Non avendolo fatto, il memorandum firmato nel 2017 è stato automaticamente rinnovato ancora una volta, per altri tre anni. Amnesty International basandosi su documentazione dell’Onu, della Corte penale internazionale e di organizzazioni indipendenti, stima che questi accordi abbiano portato negli anni al respingimento forzato verso la Libia e alla detenzione arbitraria di oltre 158mila persone, sottoposti a violenze e torture.
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