Quegli outsider da disinnescare

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Tra i tanti e febbrili incontri che la coppia Romano Prodi-Walter Veltroni ha in agenda nell’autunno del 1995 (vale a dire, cinque mesi prima del voto), ce n’è uno particolarmente delicato. La cena con Fausto Bertinotti e Armando Cossutta, datata 18 ottobre, chiude un accordo chiave per la legislatura successiva. Si tratta del cosiddetto patto di desistenza, vale a dire l’impegno di Rifondazione Comunista a non presentarsi nei collegi maggioritari dell’Ulivo, e viceversa. Ne deriva un impianto particolarmente sottile sul piano tecnico (molto meno su quello politico, lasciando aperte incognite vaste come crateri di meteoriti). La legge elettorale di allora, il Mattarellum, prevedeva un quarto dei seggi su base proporzionale e tre quarti in collegi maggioritari (dove, cioè, si vota direttamente il candidato preferito). Rifondazione, vale a dire la truppa che ha respinto la nascita dei Ds cinque anni prima, conta una cinquantina di parlamentari uscenti poco inclini alle sole battaglia di testimonianza. Il gruzzolo di consenso è quello di un 8% che difficilmente si trasformerebbe in seggi con una corsa in solitaria e altrettanto difficilmente rimarrebbe tale entrando in coalizione con l’Ulivo. La scelta obbligata è quella di un compromesso alla distanza: prendersi tot collegi con i voti dell’Ulivo, appoggiare i candidati ulivisti in tutti gli altri e giocarsi serenamente la propria partita al proporzionale.

I numeri, almeno all’apparenza, premiano la strategia Prodi-Veltroni-Bertinotti. Mentre al proporzionale la destra va a valanga (il 42% a Berlusconi, il 10% a Bossi che, ironia della sorte, va pure lui in beata solitudine), al maggioritario è l’Ulivo a fare incetta di seggi: 246 contro i 170 del Polo della Libertà. Nella sostanza, a risultare decisivi sono i due milioni di voti “prestati” da Rifondazione all’Ulivo nei collegi. Insomma, tutto è bene quel che finisce bene.

Se non fosse che, fatti i debiti conti l’indomani, il centrosinistra non è autonomo (alla Camera mancano una ventina di voti per avere la maggioranza) e i seggi dei postcomunisti servono non una tantum, ma stabilmente per non suonare il de profundis al governo Prodi. Insomma, quello che era stato ventilato come un “fatto tecnico” tra due forze eterogenee (con il solo scopo di bloccare le destre), diventa improvvisamente un fatto politico: il prologo a un improbabile accordo di governo che costringerà la galassia riformista a uno stillicidio quinquennale di premier e maggioranze. Il tutto, per giungere poi al ko (pure questo tecnico) del 2001, contro la rinnovata intesa Polo-Lega.

E in effetti, in politica, raramente mele e pere fanno macedonia. E assai più raramente le strategie “tecniche” hanno anche il pregio di ispirare percorsi politici. Il rischio, al contrario, è spesso quello di azzeccare il passo lungo il viatico elettorale e ritrovarsi poi col cerino in mano sul piano politico.

Non è un caso, trent’anni dopo, che il dibattito di questi giorni tardo estivi verta proprio sulla legge elettorale. Preliminarmente va ribadito un tema: che le regole del gioco siano tarate sulla base dei giocatori in campo, è una contraddizione italiana che vive da tempo immemore e che probabilmente mai risolveremo.

Al di là di questo, però, lo scontro interno alla maggioranza sul tema del ballottaggio e delle soglie di conseguimento del premio di maggioranza ha ovviamente un unico convitato di pietra: il generalissimo Vannacci. Che, come da facili previsioni recenti, sta macinando consensi settimana dopo settimana. Apprestandosi ormai a doppiare la Lega e ipotizzare una travolgente campagna elettorale in doppia cifra. Fuori, s’intende, dal perimetro della coalizione del centrodestra. Che, dal canto suo, non può fare a meno di domandarsi come non farsi impallinare da quei voti. L’ipotesi del ballottaggio (un inedito nel campo di destra, tradizionalmente contrario anche sul piano locale) premierebbe una tacita alleanza nella quale a Vannacci sarebbe consentito fare sfracelli al primo turno e lasciar silenziosamente confluire altrove il proprio elettorato al secondo. E le soglie? Se prima si parlava del 42% per prendersi il bottino di governabilità parlamentare, ora l’exploit di Futuro Nazionale consiglierebbe maggior prudenza. Il 40% magari? Possibile.

Resta però un fatto. La lezione di Rifondazione del 1996 parla anche alla destra. Che si farà dei voti di Vannacci? Perché, al netto delle strategie, quelli saranno seggi reali, seggi che potrebbero (a meno che i calcoli sul premio di maggioranza non siano estremamente machiavellici) ribaltare il tavolo in corso d’opera. Potrebbero mettersi di traverso al passaggio chiave della legislatura (il Quirinale), oppure il gruppo parlamentare vannacciano potrebbe attrarre transfughi (accade sempre, a destra e sinistra quando le fette di torta iniziano a scarseggiare). Insomma, i numeri contano. Ma la linea si tira sempre e solo sul piano politico. E, in questo senso, il problema che oggi ha il centrodestra trascende il solo scoglio elettorale. Si tratta di un problema estremamente complesso, identitario, persino geopolico. Trattarlo col bilancino sarebbe un clamoroso autogol.

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