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Domenica 18 Gennaio 2026
Grandi potenze: un nuovo Far West
Paolo Magri , presidente del comitato scientifico dell’Ispi: «Trump offre a Putin e a Xi occasioni per future pericolose violazioni dell’integrità territoriale»
Un anno di scosse terribili il 2025, per quanto attraversato da qualche cenno distensivo come la tregua a Gaza, i negoziati sull’Ucraina pur dinanzi alla rinnovata offensiva militare dei russi. Si pensava, si auspicava un atterraggio morbido delle tante crisi, una specie di «caos calmo», come ci dice in questa intervista Paolo Magri, presidente del Comitato scientifico dell’Ispi di Milano, che ha curato con Alessandro Colombo il Rapporto 2026 («Liberi tutti?») dell’Istituto per gli studi di politica internazionale. E invece l’anno nuovo è partito male con il blitz in Venezuela dell’America di Trump, il picconatore globale, e le mire sulla Groenlandia.
Inizio con il botto per il 2026: la deposizione di Maduro, le minacce a Messico, Colombia, Groenlandia.
Sì, apriamo l’anno con alcune certezze e molti interrogativi. La prima certezza è che è rischioso fare previsioni nel mondo dominato da Trump, il presidente più imprevedibile degli ultimi decenni. Ero fra i molti che scommettevano - e speravano - in un 2026 sempre dominato dal caos, ma con meno choc e apprensioni rispetto al primo anno di Trump: una sorta di “caos calmo” anche alla luce del delicato appuntamento elettorale di Midterm ad ottobre. E invece, la “sorpresa” del Venezuela! La seconda certezza è che ciò che Trump dice va sempre preso seriamente, anche quando appare surreale: dazi, beautiful Riviera, le terre rare di Zelensky, il ritorno del “cortile di casa” latino-americano, ecc. La terza è che, seppure nessuno in Venezuela o altrove rimpiangerà Maduro, la sua rimozione “imperialistica” costituisce una grave violazione del diritto internazionale da parte degli Stati Uniti: non è la prima volta, ma crea innegabili e pesanti precedenti.
Ha parlato di certezze, ma anche di molti interrogativi.
Molti e seri. L’America riuscirà a gestire il Venezuela dall’esterno, dettando l’agenda alla vice di Maduro? È questo che si aspettavano le opposizioni venezuelane? Caracas e Maduro sono casi isolati o davvero Cuba, Colombia e Messico saranno bersagli futuri? E poi: Trump riuscirà a convincere il suo elettorato - che lo vuole concentrato sulla politica interna - che gestendo Gaza, il Venezuela e magari la ricostruzione ucraina riuscirà a fare l’America di nuovo grande?
Il messaggio a Cina (e Russia) è però chiaro: l’America non tollera interferenze economiche e politiche nel «cortile di casa».
Il messaggio per la Cina, che ha una presenza economica rilevantissima in America Latina, è molto chiaro: non possiamo però sorvolare sul fatto che in questi giorni potrebbe sbloccarsi l’accordo Europa-Mercosur con il quale Bruxelles vuole rafforzare la nostra presenza economica proprio nel “cortile di casa”. L’arroganza americana potrebbe alla fine ottenere un risultato opposto: convincere molti Paesi della regione sulla necessità di allentare i rapporti economici e politici con Washington, finendo con il fare il gioco della Cina e degli altri Stati emergenti.
Il governo di Pechino protesta, tuttavia non sembra alzare i toni dello scontro...
Aldilà delle forme, è facile pensare che a Pechino (e a Mosca) il mondo del “liberi tutti” di Trump (tema del Rapporto Ispi 2026) venga visto con qualche interesse. Ognuno pensa infatti al proprio “cortile di casa” e alla possibilità di intervenirvi senza freni per cambiare lo status quo: in principio fu l’Ucraina, ora il Venezuela, domani chissà Taiwan o altro. Trump sta offrendo a Putin e a Xi occasioni senza precedenti per future, pericolose violazioni dell’integrità territoriale e della sovranità.
Ciò che è certo è che il 2025 s’è chiuso con gli occhi puntati su Ucraina e Gaza, per gli incontri che Trump ha tenuto nella sua residenza a Mar-a-Lago, mentre il 2026 s’è aperto sull’America Latina.
È così. Ci aspettavamo che Trump portasse a termine il suo indiscutibile impegno diplomatico per terminare il conflitto in Europa e Medio Oriente: una tregua in Ucraina e l’avvio di un reale piano di pace a Gaza. Non è solo la “distrazione Maduro” a preoccuparci: è che Trump, il principale negoziatore di due crisi accomunate dalla violazione con la forza dell’integrità territoriale di un Paese, sia il leader che ha appena compiuto una analoga violazione in Venezuela.
In tutto questo l’Europa continua a mantenere il sostegno economico all’Ucraina e ha fatto passi avanti a Parigi sulle garanzie di sicurezza a Kiev.
Sì, stiamo facendo l’impossibile per l’Ucraina con una coesione interna superiore a ogni più rosea previsione. Ma pur di non irritare Trump e perdere il suo sostegno per l’Ucraina, quasi tutti i Paesi europei sono stati timidi nel denunciare l’illegalità dell’intervento a Caracas, avallando un precedente che potrebbe riproporsi altrove, addirittura in Groenlandia.
Un’Europa sotto il triplice “attacco” di Putin, Xi e Trump. Eppure Bruxelles continua ad attrarre, con la lunga lista di Paesi candidati ad entrare e con l’Eurozona che arriva a 21 Stati con la Bulgaria. Che conclusione possiamo trarre?
Nel mondo del “liberi tutti”, dove le grandi potenze sembrano agire senza regole e limiti, si accresce la forza di attrazione e protezione di Bruxelles: nessuno osa più parlare di lasciare il club, Brexit docet! Ma le sfide, non possiamo nascondercelo, sono enormi: rafforzare la difesa collettiva (e non 27 eserciti nazionali) in tempi rapidi; trovare il giusto equilibrio fra transizione green, sviluppo e sicurezza energetica; rilanciare la crescita trovando le risorse per il piano Draghi; superare il meccanismo di veto per velocizzare le risposte europee. Il voto in primavera in Ungheria, con la possibile uscita di scena di Orban, potrebbe semplificare il processo decisionale comunitario, ma le irrisolte difficoltà politiche ed economiche della Francia potrebbero invece complicare drasticamente lo scenario europeo 2026.
La Commissione guidata da Ursula von der Leyen non pare convincere del tutto.
La presidente ha innegabili responsabilità perché il suo stile accentratore nel gestire la Commissione sta complicando i processi decisionali più che accelerarli. Ma dobbiamo ricordare le parole di Prodi quando sottolineava come il ruolo di presidente della Commissione sia simile all“omino del barometro”, in balìa delle divisioni e dei veti degli Stati membri e delle forze politiche nell’Europarlamento.
L’Italia di Giorgia Meloni ha un proprio profilo distinto da Orban, dialogo con Trump ma senza rompere con i partner europei: che bilancio?
“So far, so good” (“Per ora tutto bene”): rubo il titolo usato dall’“Economist” a un anno dall’insediamento del governo Meloni. Ne sono ormai passati tre, di anni, ma quel titolo sembra reggere ancora. Nonostante la vicinanza politica con Trump, non abbiamo visto “fughe in solitaria” del nostro Paese sui dossier principali, a cominciare dai dazi e dall’Ucraina. Quando abbiamo espresso posizioni più dissonanti rispetto a molti partner europei - su Israele a Gaza, sull’utilizzo delle riserve russe per l’Ucraina, sul Mercosur - e siamo persino riusciti a non apparire “Paese di rottura” o, addirittura, abbiamo facilitato soluzioni di compromesso; e abbiamo mascherato abilmente le profonde divisioni in politica estera interne alla maggioranza. Certo, la quadratura del cerchio fra l’essere “convinti trumpiani e ferventi europeisti” diventa sempre più difficile via via che Trump sfida in modo più eclatante l’Europa e i suoi valori. In ambito economico, all’innegabile, positivo rigore sui conti pubblici non si sono accompagnate una visione e una strategia di crescita futura per l’Italia. Nonostante l’importante afflusso di Fondi europei post Covid, continuiamo a crescere molto meno della Spagna, l’altro grande beneficiario degli aiuti di Bruxelles.
Chiudiamo con uno sguardo all’Iran...
L’Iran esce da un periodo pesante che ha visto contemporaneamente il ridimensionamento dei suoi alleati regionali e l’indebolimento delle sue capacità di difesa interne dopo la guerra dei 12 giorni, il primo conflitto diretto con Israele. Il programma nucleare - indebolito ma non distrutto - è pertanto visto dal regime come l’unica garanzia di sopravvivenza futura, ma può riaprire in ogni momento il conflitto con Israele. Il rafforzamento delle sanzioni economiche anche da parte europea sta nel contempo rendendo sempre più precarie le condizioni della popolazione. Un quadro cupo su cui incombe ora l’ombra di Trump: reduce dal “successo” in Venezuela, sarà tentato di assecondare le mire di Netanyahu per assestare il colpo di grazia al regime?
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