Lunedì 13 Ottobre 2014

Il disprezzo di Como,

mai profeti in Patria

Il primo a farlo notare fu nientemeno che Gesù. La sua frase «un profeta non è disprezzato se non nella sua patria e in casa sua» è riferita da tutti e quattro i Vangeli. Molto più tardi capitò anche a Dante, costretto suo malgrado a scoprire quanto sapesse di sale «lo pane altrui».

Esilio, incomprensione: quanto c’è di epico, di letterario e, come abbiamo visto, perfino di biblico in tutto ciò! Eppure, se “viene bene” nei libri, come si direbbe di un soggetto fotogenico, l’esilio - ovvero il rifiuto ricevuto dalla patria - è tutt’oggi concretezza, attualità. Quasi quotidianità.

La denuncia, in toni civilissimi, viene dal grande scenografo Ezio Frigerio in un’intervista che avrete letto ieri nel supplemento culturale “L’Ordine”. Sulla soglia di casa, non gli vale molto l’aver lavorato alla Scala come all’Opera di Parigi, in Russia come in Giappone: l’accoglienza è improntata all’indifferenza, quando non a una freddezza molto vicina all’ostilità.

La colpa di Frigerio - nato e cresciuto a Erba ma a lungo residente a Como - è l’aver offerto al Comune del capoluogo la possibilità di mettere a frutto la sua esperienza, il suo archivio, la sua professionalità, per iniziative di vario genere - un premio, borse di studio - da realizzare in collaborazione con la città. Risposta? Nessuna risposta. Che è perfino peggio di un “no”. Interesse è stato garantito dal teatro Sociale che ancora una volta - ma ripeterlo è ormai diventato un ritornello stucchevole - ha dimostrato di essere, tra quelle locali, l’istituzione più vivace.

Il resto è imbarazzante. Esitazioni, distinguo, sorrisini e, sotto sotto, la domanda strisciante: «Ma che cosa vuole questo qua?» Spiace dirlo, ma se quello dell’incomprensione e dell’esilio è un tema universale al punto da appartenere alla Bibbia e alla letteratura più remota, Como sembra averlo adottato come motto da cucirsi con il filo d’oro sul gonfalone.

Un comasco che raccolga onori e riconoscimenti del mondo farà bene a tenerli per sé: il gesto di offrirli sarà immediatamente percepito come vanità e presunzione e scatenerà una ridda di insinuazioni, battutine, spericolate teorie dietrologiche, dottissime elucubrazioni sul perché il nero è bianco e il bianco è nero, e perfino velate accuse di conflitto d’interessi (se non di peggio). A meno che non abbia il buon gusto di morire: allora se ne può riparlare.

Frigerio spiega di non provare “rabbia” per questo implicito rifiuto: soltanto “dolore”. Non c’è dubbio: è il sentimento più appropriato.

Inutile arrabbiarsi, perché l’ostilità civica, per assurdo, non è personale. Piuttosto, trattasi di un sentimento diffuso e automatico.

Se è difficile essere profeti in patria, impossibile diventarlo sul “Patria”, per citare il battello simbolo del lago.

Ci sarà un modo per uscirne? Probabilmente no: quando si allude alla questione, molti arrivano a confutarne l’esistenza, a respingerla con sdegno. Eppure c’è poco da negarla: è lì da vedere.

Sarebbe facile concludere su una nota consolante ricordando come a questo difetto i comaschi sappiano opporre tanti pregi.

È vero ma, nello specifico, a che cosa serve? Per incominciare, bisognerebbe almeno riconoscerlo, il problema, o addirittura celebrarlo.

Chissà? Si potrebbe costruirgli un monumento sul lungolago. Titolo: “The Life Envious”, la vita invidiosa.

Mario Schiani

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