La morte di Spazzali
e l’illusione di Mani Pulite

E Mani pulite? E Tangentopoli? E la Prima Repubblica? E la Seconda? E l’immondo regime dei partiti, della partitocrazia, del pentapartito, dei politici schifosi in quanto schifosa era la politica in sé, nella sua natura laida e immodificabile? E la rivoluzione dei puri, degli onesti, degli incorruttibili? Ogni tanto uno si guarda indietro e non li vede. E capisce quanto poco sia rimasto di tutti quegli anni fiammeggianti nei quali, poveri stupidi, ci si era illusi di cambiare il mondo, o l’Italia perlomeno, e di costruire il futuro. Ma il futuro è passato. E noi non ce ne siamo neppure accorti.

La morte di Giuliano Spazzali, alla quale i giornali hanno colpevolmente dedicato ben poco spazio e ancor minore attenzione, avvocato simbolo di quella stagione e in particolare del processo Enimont, che di Mani pulite ha rappresentato e rappresenta tuttora l’icona più catartica, allunga la fila dei fantasmi di quella rivoluzione (?) che ha modificato nel bene e nel male, soprattutto nel male, ripensandoci trent’anni dopo, la storia d’Italia. In quel processo, anzi, in quel maxi processo dedicato alla maxi tangente da 150 miliardi di lire distribuita dal gruppo Ferruzzi ai partiti, che Craxi aveva definito nel suo sfrontato interrogatorio in tribunale una “maxi balla”, Spazzali difendeva Sergio Cusani, affascinante e intrigante anello di collegamento tra l’azienda e la politica, che si era sempre rifiutato di collaborare con la Procura e si sarebbe poi fatto quattro anni di carcere.

E questa scelta totalmente contraria al mainstream nazionale - nel 1993 la gente era impazzita, la gente aveva voglia di sangue, di picche, di ghigliottina, sembrava di essere nel Novantatré di due secoli prima, la gente sapeva già prima del processo che erano tutti colpevoli, tutti, assolutamente tutti, e basta! - aveva fatto sensazione, visto che Spazzali era uomo di sinistra, e quindi forbito e coltissimo, che aveva già difeso in carriera Soccorso Rosso, l’anarchico Valpreda e pure l’ideologo del terrorismo Toni Negri. Qui invece, incredibilmente, aveva accettato di difendere l’indifendibile: la mosca cocchiera dei ladri, degli infami, dei mascalzoni, dei cinghialoni che la pubblica piazza, quella delle monetine al Raphael, voleva appendere a piazzale Loreto come l’ultima volta con quello là. E tutto questo in punta di diritto, difendendo le ragioni della difesa contro lo strapotere mediatico e carismatico di Di Pietro, in quel momento la persona più nota e più amata dagli italiani che, come da prassi, corrono sempre in soccorso del vincitore, e infatti solo un paio di anni più tardi si sarebbero buttati nelle braccia di Berlusconi, tanto per ricordare chi siamo.

Le sfide, i corpo a corpo e i battibecchi tra Spazzali e il pm di Montenero di Bisaccia durante il processo, che era stato in larga parte trasmesso in diretta televisiva (su YouTube sono rintracciabili i memorabili filmati con lo spavaldo Craxi, il tremebondo Forlani e gli altri pallidi e balbettanti potenti della Prima Repubblica alla sbarra) lo avevano fatto diventare seduta stante l’anti Di Pietro. E lo era, in effetti. E, di conseguenza, a diventare la personificazione del Cattivo, perché il Pool invece rappresentava l’altra parte in commedia e cioè non l’accusa che cercava e trovava prove sulla corruzione sistemica che governava il mondo della politica (mentre invece adesso è tutto intonso e immacolato, vero?) quanto invece la personificazione del Buono, del Giusto e, soprattutto, della Verità. E in una maniera così smaccata e apodittica da rendere l’organo giudicante del tutto secondario rispetto ai pm, guidati dall’algido Francesco Saverio Borrelli. Se l’avevano detto loro era vero e basta.

E figurarsi se i media, posti di fronte al dilemma se seguire in maniera professionale, oggettiva e “terza” lo scandalo oppure farsi assoldare tra le armate del Bene che combatte e sconfigge il Male avrebbero perso più di un minuto nell’operare la loro scelta. E quindi nel trasformarsi a loro volta in pool, dove tutti assieme si andava in tribunale, tutti assieme ci si prostrava con l’anello al naso davanti al pm che omaggiava qualche primizia qua e là così come si dà il becchime ai polli e ai capponi, tutti assieme si cercavano le notizie e tutti assieme si sceglieva la linea - tra l’altro molto semplice: in galera! - e tutti assieme si scrivevano gli stessi pezzi e si facevano gli stessi titoli. E infatti i giornali erano tutti uguali, tranne rarissime e lodevolissime eccezioni. I giornalisti in branco, i giornalisti in mandria, i giornalisti pecoroni, attenti solo a cavalcare l’onda e a lisciare il pelo al popolo bue. E fra questi, i più furbi (e non è un complimento) hanno poi fatto dei carrieroni, i più fessi (e non è un complimento manco questo) li vedi ancora oggi aggirarsi nelle procure con il loro eskimo stropicciato e la loro prosopopea forforosa a dare la caccia ai servi delle multinazionali. Un po’ come il compagno Folagra in “Fantozzi”. Che macchiette.

Spazzali si era opposto con tutta la sua cultura giuridica e tutto il suo profondo senso del diritto a questa deriva. E ovviamente aveva perso. E quando era andato in pensione nel 2008, per dedicarsi alle letture e alla pittura, aveva bollato con parole di fuoco in un’intervista a “Il Giornale” la filosofia del nuovo ordinamento giudiziario nel quale non si trovava più a suo agio: “Ormai l’aula, il dibattimento, non esistono più. Esistono i riti alternativi, il giudizio abbreviato, il patteggiamento, che comportano la totale rinuncia alla ricerca della verità”. Una giustizia trasformata in un mero spettacolo di cui lo show televisivo del processo a Cusani era stato il capostipite: “Enimont ha fatto scuola e si è moltiplicato. Con la differenza che per Di Pietro la spettacolarizzazione del processo aveva un obiettivo preciso, oggi è del tutto fine a se stessa ed è diventata norma. Una norma non scritta ha istituito la doppia aula del foro televisivo e del tribunale”.

Più che un’intervista, una profezia.

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