Riforme, l’ennesima corsa in salita

Si fa presto a dire riforme. E se Giorgia Meloni è di certo sincera nel mettere la questione sul tavolo in coerenza con gli impegni elettorali, non si può dire che abbia scelto la tempistica migliore. O forse sì, se il premier vuole arrivare alle europee del prossimo anno con un risultato difficile da ottenere in altri campi, sia per le difficoltà oggettive, sia perché il governo forse non è all’altezza del cimento richiesto. Alla fine ha ragione pure Elly Schlein quando dice che certo il premierato forte o il presidenzialismo non sono certo, in questo momento, in cima ai pensieri degli italiani. Ma anche lei avrebbe potuto provare un rilancio, magari con il mettere sul piatto una proposta di legge elettorale a doppio turno.

Perché se le riforme devono servire a riavvicinare gli italiani alle istituzioni c’è qualcosa che non torna. L’istituzione più amata e considerata in questo momento è il Quirinale, grazie alle qualità del presidente Mattarella in grado però, come è accaduto, anche se non con lo stesso livello di popolarità, per i suoi freschi predecessori, di giganteggiare grazie al nanismo politico degli altri. E allora forse la cosa più urgente a cui mettere mano dovrebbe essere casomai la legge per il voto. Quella in vigore fa molto comodo alle segreterie di partito che possono scegliersi gli eletti, ma gli italiani, che sono meno fessi di quello che credono nei Palazzi, l’hanno capito e continuano a disertare sempre di più i seggi. Ecco perché i conti, in questo momento, tornano poco. Oltretutto l’eventuale premierato forte rischierebbe di portare a uno strabismo istituzionale se il presidente della Repubblica continuasse a essere eletto con il sistema istituzionale e conterebbe meno dell’inquilino di palazzo Chigi.

Insomma, per ora c’è una grande confusione, che è un po’ la cifra della fase politica che stiamo attraversando. Il no delle opposizioni Pd e Cinque Stelle a qualsiasi proposta di Meloni senza presentarne di proprie, è tattico più che strategico. Si sa, infatti, che le modifiche alla Costituzione, attraverso cui far passare presidenzialismo o premierato forte, devono essere approvate con una maggioranza di due terzi dei parlamentari. Altrimenti rischiano (ed è sempre successo finora) di essere sottoposte a un referendum senza quorum. E dato che il centrodestra è maggioranza solo perché gli avversari hanno corso divisi alle ultime elezioni, la possibilità di una bocciatura è concreta, com’è peraltro già successo a un’altra proposta di riforma del centrodestra a guida Berlusconi e a quella di Matteo Renzi. Quest’ultimo, assieme a ciò che rimane del Terzo Polo, proprio in coerenza con quella scelta, ha aperto a Meloni. Ma non si sa se questo potrà bastare. In più ci sono le ormai consuete fibrillazioni nel centrodestra, con la Lega che vuole dare la precedenza all’autonomia regionale e Forza Italia a caccia di un compromesso sul premierato che è solo la seconda scelta del premier, più favorevole al presidenzialismo.

Ancora una volta, insomma, il tentativo di modificare l’assetto istituzionale della Repubblica rischia di rimanere tale. Basta solo che non la tirino troppo per le lunghe e, soprattutto, ci evitino l’ennesima bicamerale destinata a trascorrere mesi a pestare acqua con il mortaio e non partorire neppure un topolino. Forse le riforme si faranno davvero quando non saranno più strumentali ad altri interessi com’è purtroppo accaduto finora.

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