L’Itaca di Ulisse oggi: quel che resta di un’idea di isola
In viaggio. L’approdo in uno dei luoghi greci più famosi al mondo, patria dell’eroe omerico, desta ancora emozioni profonde. Per via dei terremoti e di una storia complessa, è difficile rendere tangibile l’epicità del posto, che però ne è pervaso
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Lungo la linea dell’orizzonte si nasconde nell’opaca foschia del mattino il profilo di una montagna.
La nave cavalca la corrente lasciando dietro di sé una scia bianca che si confonde via via con le onde. Il traghetto si avvicina alla montagna, che ora si mostra aspra e al contempo innocua, incorniciata da un cielo sgombro da nubi. Vira verso un’insenatura riparata. L’acqua va via schiarendo, lasciando spazio alle rocce verdi del fondale. Ecco che si scorge il porto. Che a ben guardare un porto non è. È solo un molo di cemento che sbuca dagli scogli.
Questo è uno dei principali approdi dell’isola di Itaca, oggi. E sebbene Ulisse vi sia ritornato da naufrago, sbarcare a Itaca oggi non deve essere tanto diverso dal tempo degli Achei. Ci sono solo pochi elementi della contemporaneità: cemento, appunto, motoscafi, elettricità, automobili, asfalto. Null’altro. Itaca è rimasta selvaggia, formata da due grandi montagne l’una di fronte all’altra e unite solamente da un ripido istmo. È un’isola verde, tanto che la vegetazione pare talvolta affondare le proprie radici negli abissi e solo alcuni villaggi danno sfogo all’impulso edile dell’uomo.
La Xenía
A prima vista, quindi, non è diversa da molte altre isole greche. Mare, paesaggi meravigliosi, buon cibo e ospitalità greca. La Xenía. Quella legge sacra e inviolabile che nel mondo antico, nell’Iliade e nell’Odissea guida il racconto. È singolare, che in Grecia vi sia ancora questo profondo rispetto dell’ospite, retaggio di un passato lontano e che però continua ancora oggi a parlare con noi contemporanei - Nolan, nel suo film, la chiama “La legge di Zeus” e il riferimento è subito chiaro.
Itaca è un’isola quindi come le altre e tuttavia profondamente diversa, unica, perché tutti noi abbiamo ben chiaro cosa significa. E sì, alcuni studi sostengono che in realtà Itaca non fosse un’isola, bensì una penisola della vicina Cefalonia, ma è davvero importante?
Il passato – o il mito – di Itaca si respira in ogni suo centimetro, sebbene siano pochi gli elementi che lo ricordano. Alcuni negozi di souvenir vendono oggetti e magliette che fanno riferimento all’Odissea; le vie di Vathy, insediamento principale dell’isola, sono intitolate a Ulisse, a Penelope, a Telemaco e a Laerte; un sito archeologico, denominato “Palazzo di Ulisse” sopravvive alle erbacce e al corso del tempo senza dare troppo nell’occhio; e in un altro villaggio ancora, quello che un tempo era la capitale, vi è un piccolo parco in cui un plastico dell’isola e del Palazzo ripercorrono il passato storico dell’isola.
In questo parco vi è un testo di Maddalena Reni, direttrice del Museo del mare di Itaca.
«A Itaca non esiste né il presente né il passato. Il suo presente non è contemporaneo ma si situa in un limbo che rincorre l’attualità senza mai afferrarla e il passato, specie quello omerico che tiene l’isola prigioniera del mito, sfugge a qualsiasi forma fisica e oggettiva. Il mito da una parte e i terremoti dall’altra, finora, non hanno permesso che la realtà del passato arrivasse sino a noi in una forma storica e archeologica tale da poter essere collocata all’interno di un percorso culturale. Questo vuol dire che niente è rimasto! Sull’isola non c’è niente! In pratica di Itaca non si sa nulla, ma sono molte le cose che si possono supporre. È lo spazio mentale che l’isola stimola al massimo... la creatività, attraverso congetture più o meno fantastiche che ognuno di noi costruisce partendo da un mito così universale da entrare nella coscienza di ciascuno quasi come un luogo psichico. Itaca è un’idea di isola, un salvagente mentale per affrontare il mare dell’esistenza, almeno per me lo è stata».
Una storia per sentito dire
Ecco, di questo si tratta. Itaca vive dentro di noi. Qualunque avventore che abbia sentito parlare di Ulisse, ne percepisce la presenza costante in ogni parte dell’isola.
È importante il verbo sentire. Perché è così che è stata tramandata l’Odissea, oralmente – ormai lo sanno tutti, non si parla d’altro. Ebbene, il fatto è che anche per noi contemporanei viene tramandata oralmente. In quanti davvero l’hanno letta integralmente? Ne abbiamo tutti sentito parlare: di Polifemo, di Circe, delle sirene, di Argo e della prova dell’arco. E allora questo ci riporta alla dimensione narrativa di questo racconto eterno, il racconto degli esseri umani tutti, di noi mediterranei perlomeno.
Perché sebbene si sappia sempre come va a finire, ogni volta che la storia comincia, nessun personaggio ne è consapevole. E allora lì si forma la tensione, la famosa tensione narrativa che tiene vivo il fuoco di una storia dall’inizio alla fine. È incredibile – persino commovente – pensare a come l’Odissea sia in grado di tenere alta la tensione narrativa in ogni sua forma e rappresentazione, ancora, dopo così tani secoli. Ecco, quella tensione, che è un qualcosa di intangibile, di ineffabile, è forse quello spazio mentale di cui parla Maddalena Reni e di cui Itaca si fa teatro.
Di tutti i miti, di tutte le storie che si sono raccontate nel mondo e nel tempo, l’Odissea è l’unica in grado di dischiudere, tremila anni dopo, un’emozione anomala, confortante, che scaccia via le tempeste della vita. Itaca è un luogo psichico. E anche se tra tutti i luoghi del mondo appare quello meno reale, resta comunque il più eterno e universale.
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