La Slovacchia di Fico e le influenze filorusse che spaccano le famiglie
L’intervista Jana Karsaiova è autrice del romanzo “Io non parlo russo”, che presenterà oggi alla libreria Ubik di Como , alle 18: «Spero che il libro sia una sveglia: quello che accade in altri Paesi europei riguarda l’Italia. E molto»
Nel 2023 le elezioni in Slovacchia sono state vinte dal partito filorusso guidato da Robert Fico, portando il Paese a inserirsi nella scia di nazioni europee che hanno scelto governi di stampo sovranista, conservatore ed euroscettico. In “Io non parlo russo” (Feltrinelli, 2026), Jana Karsaiova, racconta, attraverso una storia famigliare che prende il via da un lutto difficile da digerire, la sua terra di origine, la Slovacchia appunto, ma anche la sua esperienza di migrazione e integrazione in Italia. Oggi pomeriggio, alle 18, l’autrice sarà alla Ubik di piazza San Fedele a Como per la presentazione del romanzo.
Il titolo del libro sembra promettere un saggio, poi però tra le mani ci si trova un romanzo familiare che prende il via da un lutto: perché questa scelta?
A me interessano soprattutto le relazioni: noi non siamo isole e credo che ci siano connessioni sia tra le persone che con l’ambiente che le circonda, anche quello linguistico. I rapporti tra le persone, in fondo, sono ciò che costituisce il tessuto sociale in cui siamo immersi. Per questo penso che un romanzo familiare possa anche essere un romanzo politico, nella misura in cui la storia è immersa in un macro contesto che non si può ignorare. Il titolo - che so essere scioccante per alcuni e lo immaginavo fin dall’inizio - riflette però anche una posizione simbolica riferita al passato del mio Paese: lì il dominio sovietico c’è stato e io rifiuto quel tipo di mondo. Questo titolo vuole suonare anche come un “Svegliati!”, un invito a guardare cosa sta accadendo in Europa.
In alcune parti d’Europa, in Ucraina per esempio, si inizia a parlare di letteratura post-coloniale per segnalare le influenze e le pressioni che la cultura russa ha imposto su quella locale per lungo tempo. Vale lo stesso anche per la sua produzione letteraria, si può definire post-coloniale?
Certo, lo è. Anche se quando lo dico noto sgomento tra lettori italiani: “Ma come, la Slovacchia non è sul mare”, mi dicono alcuni. Come se solo i territori affacciati sul Mediterraneo, e quindi quelli dell’Africa del Nord, fossero stati territori colonizzati. La Slovacchia, anche se non è mai stata un repubblica dell’ex Urss, ha subito durante la Guerra Fredda un pesante portato coloniale sovietico, e questo si percepisce soprattutto nella cultura.
In “Io non parlo russo” scrive anche di un personaggio filorusso e complottista, molto vicino alla protagonista (è il fratello) per legami famigliari, lontanissimo invece per posizioni politiche e idee sul mondo, a chi si è ispirata per costruirlo?
Mi sono ispirata in realtà ad alcune persone che ho conosciuto anche qui in Italia, soprattutto durante il Covid, un periodo in cui, sul tema dei vaccini, quando ho notato un’aggressività latente e costante. Quel tipo di atteggiamento c’è stato anche in Slovacchia, durante le ultime elezioni e nel libro lo racconto.
Un altro personaggio invece è un giovane che tiene all’Unione Europea ma che è anche molto sensibile rispetto al tema del cambiamento climatico. Sintetizza in sé le caratteristiche di un’intera generazione, quella dei ventenni europei?
Sì, rappresenta questi ragazzi giovanissimi, come mio figlio per esempio, che si interessano per la politica sia nazionale che internazionale e si preoccupano molto per il loro futuro. Scrivendo questo romanzo sentivo che ci sono sguardi diversi a seconda delle generazioni sul progetto Europa e su chi vogliamo essere in futuro come Unione Europea, ci tenevo a rappresentare anche lo sguardo di questa generazione.
E crede che sia un atteggiamento diffuso anche altrove?
Sì, la Slovacchia è un micro esempio di quello che sta succedendo ovunque in Europa: dilaga l’idea che la democrazia non sia in fondo così indispensabile. In Slovacchia quell’idea ha vinto, ma è solo un esempio di tante altre situazioni.
Nel libro c’è poi l’aspetto della migrazione, la protagonista si è trasferita in Italia ma, sull’esempio di quanto ha imparato del padre, profondamente europeista, prima della morte, aiuta un’altra persona a migrare dalla Georgia all’Italia: anche questo le è caro per via della sua storia personale?
Sì, anche se poi il mio arrivo in Italia è stato un po’ diverso dal viaggio di Hana (la protagonista del libro, ndr) e Levan (un migrante che Hana aiuta a cambiare Paese nella storia, ndr.).
Perché ne ha voluto scrivere?
Perché, nel momento in cui qualcuno decide di vivere in un altro Paese, ci sono alcuni passaggi universali: l’isolamento linguistico, per esempio, ma anche la necessità di costruire una rete sociale. E sono passaggi che richiedono tempo. Mi premeva mettere per iscritto questa cosa perché l’ho vissuta e so quanto tempo richiede, ma mi sono accorta che è un tempo invisibile per chi non lo sperimenta, anche per i miei amici qui in Italia.
Leggendo oggi il suo libro è impossibile non pensare a quanto sta accadendo in Ungheria proprio ora, a pochi giorni dalle elezioni. Cosa si aspetta dal futuro europeo di qui a breve?
Credo che possiamo cambiare le cose in meglio, ma prima dobbiamo sapere con cosa abbiamo a che fare e imparare a nominarlo. E non dobbiamo pensare che quello che succede in altri Paesi europei non riguardi l’Italia. Ci riguarda. E molto.
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