L’artista che incarna il destino di un Paese
Il personaggio La fama di Shevchenko, pittore e poeta ucraino dell’Ottocento, è cresciuta dall’inizio della guerra.Sono in particolare le generazioni più giovani a celebrarlo e a trovare nei suoi dipinti «il riflesso di tutta la nazione»
Il gran numero di giovani ucraini assiepati intorno agli autoritratti di Taras Shevchenko all’inizio della mostra “HE: Taras Shevchenko” a Lviv (Leopoli) è così bizzarra per chi è abituato a frequentare mostre in Italia, visitate da persone ben più in là con gli anni, da sembrare una svista. Che ci fanno in un sabato pomeriggio di inizio primavera ragazze e ragazzi poco più che sedicenni, vestiti eleganti, tra gli autoritratti e i disegni di un artista nato nel 1800?
Paesaggi e vita quotidiana
Se anche non si conoscesse la storia di Shevcenko, basterebbe quest’immagine per comprendere il suo impatto sull’Ucraina e sugli ucraini oggi, quelli più giovani in particolar modo.
Nato in una famiglia di servi della gleba, nei territori che allora appartenevano al governatorato di Kiev sotto l’Impero Russo, Shevchenko ha passato molti anni lontano dalla patria, desiderando ardentemente tornarvi. Basta uno sguardo al suo autoritratto d’esordio, la prima immagine che si incontra alla mostra: 26 anni, visibilmente malato, anche se ancora libero, con in viso un’espressione che sembra quasi un presagio del dolore che lo attende di lì a pochi anni. L’autoritratto risale al 1840: è l’anno in cui scrisse anche “Kobazar”, la sua prima raccolta poetica che, nei decenni a venire, sarebbe stata identificata dai critici come il punto di inizio di tutta la letteratura ucraina e al contempo la sua perfetta sintesi. E ancora però non è chiaro cosa di questo artista lo renda così centrale per la definizione oggi di un intero Paese. «È possibile contenere il destino di un Paese in una serie di immagini, creare un documentario di un’era tramite un linguaggio artistico? Quando una nazione sta subendo una guerra brutale, questa domanda diventa molto pungente ed è proprio in quel momento che l’arte diventa il primo medium in cui la nazione stessa riflette sé stessa» scrive Stefaniia Andrusiak in uno dei pannelli che accompagnano la mostra.
Per rispondere a questo interrogativo serve spostarsi di poco più in là attraversando un corridoio buio dove un cilindro illuminato dall’interno gira su sé stesso facendo filtrare la luce attraverso dei fori che hanno la forma dei caratteri cirillici. Una madre li indica alla figlia: «Questa è la nostra lingua - le dice - Le lettere sono uniche, il russo ne usa altre». Da lì si accede a una zona in cui sono esposti i dipinti, ispirati allo stile di Rembrandt, della serie “Ucraina pittoresca”. Per coglierne la portata occorre fare un passo in avanti nella storia di Shevchenko fino al 1845, quando, a 30 anni, viene arrestato dalla polizia russa.
Due i capi d’accusa: la partecipazione alla confraternita dei Santi Cirillo e Metodo, che voleva promuovere l’alfabetizzazione e l’autodeterminazione dei popoli slavi, e il ritrovamento di un suo poema, “Il sogno”, apertamente critico della politica imperiale russa. Non c’è scampo: dopo un periodo in prigione a San Pietroburgo gli toccherà passare dieci anni in esilio, in una colonia penale tra gli Urali, svolgendo prima lavori forzati e poi il servizio militare forzato e con l’esplicito divieto dello zar Nicola I di «disegnare e scrivere in ucraino».
L’esilio, il dolore, la dignità umana
Sono anni durissimi per Shevchenko, che ripensa spesso alla sua “pittoresca ucraina”, quella delle tradizioni, della semplice vita di campagna, dei paesaggi in cui continuamente emerge l’oppressione dell’impero e la resistenza di un popolo che lui amava ritrarre. Come in alcuni disegni di alberi che raffigurava al pari di esseri animati, capaci di sopportare gli stessi traumi del popolo ucraino e continuare a crescere. La resilienza dell’artista è tale che anche durante il servizio militare trova il modo di dare sfogo alla creatività aggirando i divieti dello zar. Accadde quando partecipa ad alcune missioni esplorative sul lago d’Aral e in Kazakistan come disegnatore ufficiale dell’esercito. Qui raffigura paesaggi desolati dove la presenza umana è minima e dove le immense distanze della steppa sembrano annullare il senso stesso della vita. Sono paesaggi che riflettono la sua disperazione e dove però talvolta compaiono anche gli abitanti del posto. L’artista ne cattura la dignità, fa memoria dei loro volti e delle loro tradizioni, schiacciate, al pari di quelle ucraine, dallo zar. E c’è spazio anche per il suo dolore personale, come nel ciclo “Il figliol prodigo”, che ritrae la vita militare (le tremende punizioni così come la scelta di alcuni soldati di affidarsi all’alcol per sopportarle).
Un messaggio di resistenza
Il divieto di usare la propria lingua, la minaccia della russificazione, la lontananza forzata dalla patria di amici e famigliari, il dolore nel vedere i propri cari lontani e in pericolo, padri, fratelli e compagni, ma anche compagne, sorelle e madri al fronte: sono elementi salienti della vita di Shevchenko, al centro della sua produzione artistica e letteraria, così come lo sono nella vita delle giovani generazioni dell’Ucraina da febbraio del 2022.
E così questi giovani che non hanno mai vissuto sulla propria pelle il regime sovietico, ma che le conoscono grazie ai racconti dei loro nonni, trovano in questi dipinti il riflesso di un destino che sentono proprio. E un invito attualissimo a resistere.
© RIPRODUZIONE RISERVATA