Verso la transizione green. «Già sprecati cinquant’anni»
Enrico Giovannini, ex Ministro delle Infrastrutture, richiama ad una rinnovata attenzione alla sostenibilità: «Ritardare oggi gli investimenti significa pagare molto di più in futuro: quelli poi diventeranno dei costi»
Lettura 4 min.Enrico Giovannini, già Ministro delle Infrastrutture e delle Mobilità sostenibili e direttore scientifico AsviS, nel corso dell’incontro “Energia e adattamento climatico: nuove sfide per le imprese”, a Milano, organizzato da Intesa Sanpaolo, ha richiamato imprese e istituzioni a una rinnovata attenzione per la transizione green che sta ridefinendo equilibri economici, industriali e geopolitici. Riportiamo una sintesi del suo discorso.
Il 13 aprile del 1970, il centro di controllo di Houston ricevette un messaggio dall’Apollo 13: “Houston, abbiamo avuto un problema”: l’esplosione di uno dei serbatoi dell’ossigeno era già avvenuta.
Fortunatamente, la preparazione e la gestione di quella crisi consentirono all’Apollo 13 di rientrare sulla terra. Nel 1972 viene pubblicato dal Club di Roma, un gruppo di scienziati organizzato da un grande italiano, Aurelio Peccei, il rapporto I limiti alla crescita, la cui sintesi era proprio: “Houston, avremo un problema”. Che però non riguardava solo Houston, ma tutta la Terra.
Non abbiamo creduto a quel monito; abbiamo preferito pensare che l’innovazione tecnologica e i mercati avrebbero risolto la questione. Questo ci ha portato, nel primo rapporto sui costi dell’inazione di vent’anni fa, a definire il cambiamento climatico come il più grande fallimento del mercato nella storia dell’umanità. Se non partiamo da qui, non capiamo la necessità di cambiare. Il tempo della gradualità è finito, perché abbiamo già sprecato cinquant’anni.
Il punto cruciale è che soffriamo sistematicamente di una distorsione che ci fa somigliare alla famosa “rana bollita”: poiché il giorno dopo non succede apparentemente nulla di grave, pensiamo di avere tempo. Questa distorsione è evidente soprattutto nei manager delle imprese e in alcuni politici.
Il rapporto del World Economic Forum pubblicato all’inizio di quest’anno sui costi dell’inazione mostra che i dirigenti delle grandi imprese mondiali sono perfettamente consci del fatto che il proprio settore sarà colpito dal cambiamento climatico; tuttavia, alla domanda sulla propria impresa specifica, la risposta è negativa. Esiste una distorsione enorme che spinge molti a pensare di avere ancora tempo. Ritardare gli investimenti significa pagare molto di più in futuro: quelli non saranno più investimenti, ma costi. Questa differenza è fondamentale per capire il tema di oggi.
La questione dell’adattamento è strettamente connessa alla mitigazione. Nel rapporto dell’Alleanza italiana per lo sviluppo sostenibile (Asvis), presentato la scorsa settimana, abbiamo riportato nuovi dati dell’Istat, dell’istituto Tagliacarne e del Forum per la finanza sostenibile.
Contrariamente al sentire comune, le imprese che investono in sostenibilità guadagnano competitività e produttività. I dati Istat indicano che le imprese manifatturiere italiane con oltre dieci addetti che hanno investito in sostenibilità nel triennio 2016-2018 hanno visto crescere il proprio valore aggiunto del 16% in più rispetto alle altre.
Non è un sondaggio, è un bilancio. L’istituto Tagliacarne ha inoltre mostrato che le imprese con un alto profilo di Environmental, Social and Governance hanno registrato una crescita del valore aggiunto del 65% tra il 2017 e il 2024, contro il 55% delle altre.
Nonostante le dichiarazioni di Donald Trump e di molti giornali, la finanza sostenibile è tutt’altro che morta. Piero Cipollone, membro del board della Banca centrale europea, ha ricordato come anche le imprese extra-europee vengano in Europa per emettere green bond o Sustainable Development Goals Bond, perché il nostro continente è visto come un punto di riferimento.
Osserviamo il piano di adattamento della Banca d’Italia. Se un’istituzione che gestisce infrastrutture e palazzi sente il bisogno di un piano di adattamento al cambiamento climatico, è possibile che le nostre imprese non lo facciano? Finalmente nel 2023, dopo anni di attesa, è stato approvato il Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici, ma sono serviti tre anni solo per rendere operativo il Comitato di coordinamento tra i ministeri.
Nel 2022, quando ero Ministro delle infrastrutture e della mobilità sostenibile nel governo Draghi, pubblicammo due rapporti. Il primo, coordinato da Carlo Carraro, analizzava i costi del cambiamento climatico per le infrastrutture italiane. Con un aumento di 2 °C, soglia già raggiunta in Italia, la riduzione del Pil attesa è compresa tra lo 0,2% e il 2%. Solo per le infrastrutture servirebbero miliardi di euro all’anno: bisogna alzare le piste degli aeroporti vicino al mare e ristrutturare i porti, oltre ad investimenti per adattare la rete ferroviaria.
Il bias cognitivo spinge a non investire, ma è un errore gravissimo: il costo dell’inazione è molto superiore a quello dell’azione. Esiste ancora un forte negazionismo, ma quello più pericoloso è il negazionismo nell’azione. La trasformazione delle infrastrutture è una grande occasione per aumentarne l’efficienza secondo il concetto di “resilienza trasformativa” sviluppato dal Joint research centre della Commissione europea. La seconda “r” del Pnrr significa proprio questo: non ripristinare ciò che c’era prima, ma “rimbalzare avanti”.
Il cambiamento climatico impone un cambio radicale di atteggiamento. Un altro rapporto, guidato da Fabio Pammolli, spiegava come mobilitare la finanza privata per le infrastrutture sostenibili. Purtroppo questi documenti sono stati trascurati. Le banche lungimiranti si occupano di questi temi perché hanno a cuore il futuro del sistema produttivo e del paese. La Commissione europea ha scelto di rendere l’adattamento un tema centrale, ma se poi usiamo i fondi del clima o i proventi dell’Emission Trading System per ridurre il deficit pubblico invece di investire, la responsabilità è nostra, non di Bruxelles. Abbiamo oltre 20 miliardi di sussidi dannosi per l’ambiente che potrebbero essere trasformati in sussidi favorevoli all’innovazione.
Dobbiamo cambiare marcia e mentalità. Sappiamo esattamente dove colpirà di più il cambiamento climatico grazie al lavoro del Centro euro-mediterraneo sui cambiamenti climatici. Alcune grandi città italiane si sono già impegnate all’azzeramento netto delle emissioni entro il 2030, ma ci sono forti resistenze, spesso imputate alle soprintendenze. In realtà, basterebbe aggiornare le linee guida del 2013 alla luce della riforma costituzionale del 2022 che, anche su spinta dell’Asvis, ha introdotto la protezione dell’ambiente accanto a quella del paesaggio.
Per l’Asvis è un momento importante: a Parma nasce l’Assemblea nazionale del futuro, il parlamento dei giovani. In Italia abbiamo il parlamento più vecchio della storia repubblicana e, con il taglio dei seggi, i giovani sono stati i primi a essere penalizzati. Oggi lanciamo una Costituente di quaranta ragazzi under 35 affiancati da dodici mentori, tra cui ex presidenti del Consiglio e della Corte costituzionale. Non dobbiamo solo parlare di giovani, ma dare loro lo spazio per compiere atti rivoluzionari e cambiare le cose.
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