Domenica 19 Gennaio 2014

Coraggio e ambizione

per rifare la città

La prima volta che ci si trova davanti a una faccenda come il Two Ifc di Hong Kong, provenendo dalla Brianza dei geometri, delle villette e dei laterizi, è legittimo sentirsi un poco spaesati.

Non solo perché si tratta di un grattacielo immenso – ma non il più immenso: è settimo al mondo – quanto per il luogo in cui sorge: il mare. O meglio, quello che un tempo era il mare.

Sentite questa storia, tutta orientale. In città - 7 milioni di abitanti - decisero che c’era bisogno di un nuovo palazzo per uffici commerciali e finanziari. Il palazzo però, non lo volevano in un posto qualunque: era vitale sorgesse in prossimità del distretto finanziario. Peccato che tutto lo spazio fosse occupato: Hong Kong è una delle città a più alta densità abitativa al mondo. Non restava che costruirlo sul mare, strappandogli qualche chilometro quadrato da riempirsi con la terra e il cemento necessari a gettare le fondamenta. Qualche tempo dopo la decisione - due anni o giù di lì - il grattacielo sorgeva dove un tempo c’era solo acqua salata: oltre cento piani di vetro e acciaio. Nel frattempo, a Como, un altro strato di polvere scendeva sull’area Ticosa.

Possiamo cercare in Internet le foto del Two Ifc e giudicarlo una mostruosità. Gli indigeni non la pensano così. Ci sorprenderebbe scoprire come, in pochi mesi, da semplice appendice fisica della città esso ne sia diventato anche un’appendice sociale: uffici, negozi, gente a passeggio, una stazione della metropolitana che, dal sottosuolo, collega l’edificio con il resto del reticolo urbano.

Viene da pensare al Two Ifc quando Giuliano Collina, artista e insegnante comasco, dice - come ha fatto nel giornale di ieri - che costruire non è sempre reato: basta farlo bene, con inventiva, coraggio e ambizione. Vien da pensare al Two Ifc non perché vorremmo impiantarne una replica a Como, magari strappando superficie edificabile al lago: ciò che, seguendo il ragionamento di Collina, vorremmo importare non è l’edificio ma lo spirito che lo ha costruito.

Come tante altre opere architettoniche in tutto il mondo, il grattacielo di Hong Kong è figlio di un’idea che, sulle prime, deve essere apparsa quasi criminale - invadere una fetta di mare, nientemeno! - poi sarà stata considerata “difficile” o “troppo costosa” e infine, probabilmente, “volgare” o di “impatto eccessivo”. L’idea però c’era e il coraggio anche: oggi Two Ifc è uno dei simboli della città.

Come ha fatto rilevare Collina, Como non ragiona in questi termini: fedele a un’idea di bellezza quieta e un poco ritrosa, che certo le appartiene ma appare oggi datata e sfiorita, la città non osa, misura gli interventi con il contagocce, discute all’infinito, teme di sbagliare e, messa alle strette, ripiega su scelte minime, mediocri. Ma nelle parole di Collina troviamo un ammonimento luminoso: «La mediocrità è brutta, sempre». Parlare di cemento, a Como e non solo, significa evocare in chi ascolta quantità e non qualità. Proviamo a ribaltare il concetto: non è necessario – e neanche auspicabile – che si getti tanto cemento quanto a Hong Kong o Singapore. Basterebbe fosse della stessa qualità: capace di incidere nella vita delle persone, offrire nuove occasioni di lavoro, divertimento, relax e, magari, convenienza nella mobilità, pubblica o privata che sia.

L’architettura - e Como in proposito ha qualche merito storico da rivendicare - è oggi la forma d’arte che più direttamente incide nelle nostre vite: spesso all’estero ci sorprendiamo nello scoprire quanto sia vero ma, altrettanto spesso, finiamo per convincerci che, da noi, quel modello così ardito non funzionerebbe. Troppo delicato l’ambiente, troppo pochi i soldi, troppo ovvi i rischi di corruzione e troppo alti, infine, gli ostacoli della burocrazia. Una rinuncia che, lungi dal conservare le cose come sono, lentamente le peggiora: la città è vittima nel contempo del degrado e di una mentalità ristretta, dove i parchi diventano aiole e i ponti cavalcavia.

Collina potrebbe aver ragione: ci vuole più coraggio. Non è il coraggio, dopo tutto, a distruggere il panorama. E’ la stupidità.

Mario Schiani

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