Il lago che esce
accusa la politica

Eli Riva, un grande artista che a Como ha dato tanto e che la città ha dimenticato troppo in fretta, diceva che piazza Cavour è un vassoio d’argento appoggiato al lago e ne criticava la disomogeneità determinata dai tanti interventi urbanistici e architettonici sballata. Ogni volta che il lago (per fortuna sempre meno spesso) decide di andare a posarsi su quel vassoio, non fa altro che rammentarci la scelleratezza e l’inettitudine del ceto politico comasco del passato ma anche del presente.

Piazza Cavour, l’area del lungolago, la gestione delle acque sono problemi vetusti lasciati incancrenire senza

fare nulla o con interventi del tutto sbagliati.

Il cosiddetto salotto di Como, con i tombini che saltano, la conformazione quantomeno singolare, le funzioni ospitate alla “viva il parroco” come certi rinvii di scalcinati mediani raccontati da Bruno Pizzul (per tacere dei topi e dell’illuminazione precaria) è un esempio. L’altro, oggi più eclatante è il cantiere del lungolago. Pensate che se l’opera fosse stata ultimata nei modi e nei tempi previsti, in questi giorni avremmo visto finalmente in funzione le paratie di cui si parla (e basta) da lustri. Invece ci ritroviamo con l’acqua in strada, il cantiere infinito bloccato da cui ancora non si sa cosa sortirà. Di certo ci sarà da pagare e tanto. E non saranno i responsabili a farlo, ma i soliti cittadini comaschi cornuti e mazziati, con il girone nel caos e l’acqua ai calcagni.

Pensare quanto di bello e di buono si sarebbe potuto fare del lungolago quando c’erano le possibilità anche economiche . La politica comasca non ha mai voluto o non è mai riuscita a considerare quell’area (piazza Cavour compresa) come una risorsa fondamentale. Anzi, è riuscita a trasformarla in un problema.

Se non fossero intervenuti i privati a mettere una pezza con gli arredi sul tratto di passeggiata sottratto al cantiere fantasma, il lago non sarebbe più fruibile da un tempo immemore. E quel tratto con l’erba, le fontanelle, le panchine e i giochi è anche un memento clamoroso alla politica. Bastava davvero poco per rendere il lungolago appetibile a turisti e residenti. Forse sarebbe stato sufficiente pensare all’interesse della città. E il lago non avrebbe neppure richiesto il disturbo del mastodontico intervento delle paratie se si fosse fatto qualcosa di più e di meglio, facendosi sentire in sede politica sulla gestione delle acque. Il primo bacino non sarebbe stato ridotto a una vasca da bagno a cui si toglie e mette il tappo a seconda di esigenze che con il territorio non hanno a che fare. Almeno qualcuno pagasse la bolletta dell’acqua.

Ecco perché, ogni volta che il lago fa capolino sulla strada e protende le labbra per baciare la piazza e magari svegliare la Bella Addormentata che ancora è Como per quanto riguarda questo aspetto, a tanti politici e amministratori del passato e del presente dovrebbero fischiare a gran volume le orecchie. Certo, dagli attuali inquilini di palazzo Cernezzi non si può pretendere molto di più . Ma, con il tempo che passa, crescono i dubbi. Sarà la strada migliore quella intrapresa di Lucini? Perché è vero che i tempi del “pubblico” sono per loro natura biblici, specie quando devi mettere “toppe” gigantesche. Ma vallo a spiegare al turista che torna ogni anno per sbattere il naso contro lo stesso cantiere.

E per fortuna il lago, nonostante i maltrattamenti ricevuti continua a voler bene a Como. Oltre a tornare ad accogliere i bagnanti davanti a Villa Olmo dopo 40 anni, anche quando esce dà un mano alla città. I turisti, infatti, lo considerano un’attrazione. Del resto, da quelle parti, non ve sono molte altre.

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