L’ennesima rivoluzione annegata nella palude

E il populismo? E il sovranismo? E il qualunquismo? E il destrismo? E il gentismo? E la rivoluzione popolare degli umiliati e degli offesi, dell’uomo bianco dimenticato, della gente comune sfregiata e vilipesa dalle élite? E il nuovo ordine mondiale che si avvicina e l’ondata antisistema che farà crollare la lurida globalizzazione e il regime dei poteri forti e la cricca delle banche e i mandarini della tecnocrazia europea che nulla sanno della vita vera, la vita profonda, la vita verace di noi uomini della strada, noi uomini qualunque, noi uomini terra a terra?

All’improvviso – dopo il referendum, dopo la tranvata ungherese, dopo le mattane bombarole e antipapiste di Trump - uno si guarda intorno e non vede più nessuno. Non li trovi più, tutti gli slogan e le parole d’ordine e gli ululati e le intemerate e le piazzate e le sfilate contro il sistema, contro la burocrazia di Bruxelles, contro l’egemonia gramsciana, contro la cricca dei soliti noti, dei salotti, delle terrazze, della intellighenzia, insomma, contro l’eterna casta che la nuova destra montante, vociante e dominante avrebbe spazzato via con un robusto colpo di scopa.

E che fascino irresistibile questi autocrati carismatici di altra scuola, di altra razza, di altra schiatta, questo Putin che è meglio mezzo Putin di due Mattarella e questo Orban nel quale scorre il nobile sangue magiaro fiero, indipendente e valoroso e questo Trump, questo Trump soprattutto, così invincibile e che toni, che piglio, che occhi di bragia nel dire le cose pane al pane e nel concentrarsi solo e soltanto sulla grandezza del proprio paese, così come dovremmo fare noi italiani, grandi a casa nostra, e tutto il resto della retorica bolsa e strabolsa, cotta e stracotta, ridicola, patetica e grottesca, soprattutto grottesca, con la quale negli ultimi anni il corteo dei turibolanti del giornalismo conformista collettivo nazionale ce le ha fatte a pezzi, ce le ha fatte a strisce, che le ha fatte a dadini.

Come se fosse vero, poi. Come se fosse realistico. Come se fosse credibile. Come se davvero questo paese, questo povero paese, questo ridicolo paese anziano e provinciale fosse davvero sul punto di essere travolto dalla rivoluzione della nuova destra e, anzi, fosse pronto e ansioso e anelante, non vedesse l’ora di abbeverarsi a questa fonte di giovinezza e di palingenesi antropologica. Dimenticandosi – peccato mortale - l’immortale aforisma di quel genio di Longanesi: “In Italia non si può fare le rivoluzione perché ci conosciamo tutti”.

Questo precetto valeva naturalmente per gli spassosi rivoluzionari della sinistra sinistrata sinistroide, che a ripensarli al governo con i loro Bertinotti, i loro Pecoraro Scanio e le loro badalucche strategie postsessantottine viene da sbellicarsi dalle risate, e vale allo stesso modo - opposto ma identico, perché in Italia non c’è nulla di più uguale dell’opposto - con gli spassosi rivoluzionari della destra destrorsa destroide, che a osservare con un minimo di distacco queste fantozziane marce indietro, questi subitanei camuffamenti da film di Fellini, da commedia di Monicelli, queste istantanee rivalutazioni - fulminati sulla via di Damasco e di Teheran - del fino a ieri lurido Macron, pavido Merz, inutile Starmer e, soprattutto, della schifosa, anzi schifosissima, anzi, dittatoriale Unione europea e della ladronesca Banca centrale, insomma, di tutto il mainstream trilaterale per combattere il quale si è spesa tutta l’esistenza, contro il quale si sono rivolti gli strali più acuti e feroci e indignati e definitivi, viene proprio da sorridere. In fondo, sono ragazzi.

E viene ancor più da sorridere vedendo come gli insulti al nostro premier da parte di Trump - che un attimo prima aveva dato del somaro a Leone XIV mentre un attimo dopo Vance si è messo a spiegargli il Vangelo - si siano trasformati in un nanosecondo da pietra tombale su tutta la politica della nostra destra, sulla sua strategia politica degli ultimi dieci anni, in un toccasana, un vaccino, un salvavita. Vedete? Insulta anche noi, non è vero che siamo amici, non lo siamo mai stati, non lo abbiamo mai invocato e lodato e servito e riverito e non ci siamo mai sdraiati su tutte le sue decisioni, dai dazi a Gaza, dal Venezuela all’Iran, non abbiamo mai sventolato il suo cappellino Maga ai nostri comizi, ai nostri convegni, alle nostre Atreju. Per noi è sempre stato un perfetto estraneo. Trump chi?

Quanto poco durano le ondate palingenetiche, nella repubblica delle banane, nel regno di Pulcinella, quanto presto ci si stufa e ci si annoia dei rivoluzionari, falsi o presunti che siano, del loro nuovismo, del loro furbismo, del loro benaltrismo, quanto poco questi sedicenti leader conoscono gli italiani nella loro natura più intima e riposta, che non è fatta per la sfida, il rischio, il mercato, il merito - insomma, per la destra, quella colta - quanto invece per il bonus, la sovvenzione, la pensione, la prepensione, la protezione, la corporazione, la municipalizzata, la controllata, la partecipata, gli amici degli amici, la famiglia, il familismo amorale, il cerchio magico, il mi manda Picone, il me lo ha segnalato il ministro, il massì, facciamo debito, tanto qualcuno pagherà, scordandosi che, come diceva la Thatcher – destra vera, destra seria, destra feroce - quel qualcuno sei tu.

Ecco, tutta quella roba lì, tutta quella melma, tutta quella palude, la palude italiana, la la palude definitiva, si governa sempre al centro, stando fermi, immobili, un po’ come il celebre semaforo di Prodi nell’immortale imitazione di Corrado Guzzanti. Che sia Berlusconi, che sia Monti, che sia Draghi, che sia la Meloni, che sia la Schlein, da lì non ti schiodi, altro che andare in giro a scimmiottare Vox, Le Pen o Farage e tutti gli altri “amici” che adesso non ci sono più. Ci rimangono solo i “nemici”, i burocrati della disdicevole UE, che è l’unica casa dove ti puoi rifugiare dopo aver fatto il matto pensando di cambiare l’Italia.

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@DiegoMinonzio

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