Dazi, Ucraina e ombra cinese: i temi della geopolitica al centro dell’agenda delle imprese
Dario Fabbri ospite dell’incontro “Che mondo fa?”, organizzato da Confindustria con Intesa Sanpaolo. «Le richieste di riarmo all’Europa? Non sono una spinta dell’economia, ma un reale invito a schierarsi»
Lettura 3 min.Dario Fabbri, direttore della rivista Domino e analista geopolitico, è stato l’ospite dell’incontro “Che mondo fa?” dell’Osservatorio di geopolitica organizzato mercoledì sera nella sede di via Raimondi da Confindustria Como in collaborazione con Intesa Sanpaolo. Riportiamo alcuni passi del suo intervento.
L’eccessiva razionalità
Una delle difficoltà dell’analisi geopolitica, risiede in un eccesso di razionalità con cui si interpretano gli eventi. Tendiamo a credere che tutto debba seguire una logica coerente di costi, benefici e interessi, ma quando questa coerenza non emerge fatichiamo a comprendere la realtà. Si dimentica un elemento fondamentale: la politica internazionale è prodotta da esseri umani, e quindi inevitabilmente include razionalità, errori, emozioni e casualità. Pretendere che sistemi complessi come Stati e imperi siano sempre perfettamente coerenti è irrealistico.
Questa difficoltà di accettare l’elemento umano genera spesso il complottismo, si rifiuta l’idea dell’errore o del caso e si presume sempre l’esistenza di un disegno nascosto. Il complottismo è una deriva estrema della razionalità che, portata all’eccesso, si rovescia nell’assurdo. L’analisi è resa complessa dalla fallibilità umana e dalla tendenza a interpretare tutto in modo eccessivamente coerente.
La coerenza statunitense
Negli ultimi sette-otto anni, le principali misure degli Stati Uniti sono state sostanzialmente orientate in funzione anticinese. Questa coerenza strategica però, si accompagna a un effetto collaterale rilevante, molte di queste politiche hanno avuto ricadute dirette anche sull’Europa, talvolta restrittive o penalizzanti.
In particolare, si possono distinguere tre linee d’intervento principali: i dazi, la pressione sul riarmo degli alleati e il tentativo di congelare il conflitto in Ucraina. Questi elementi, pur diversi tra loro, rientrano in un’unica logica di competizione sistemica con la Cina, che rischia però di non essere pienamente colta in assenza di una visione d’insieme.
I dazi
Non sono una misura omogenea né una politica industriale tradizionale, e non nascono con l’obiettivo primario di rilanciare la manifattura. Per comprendere questa logica bisogna partire dal ruolo strutturale degli Stati Uniti, quello di “compratore di ultima istanza”. A partire dagli anni Ottanta, questo assetto è stato costruito in modo sistematico e consapevole. La deindustrializzazione non è stata solo subita, ma in larga misura funzionale a un equilibrio globale preciso. Per mantenere una moneta con funzione di riserva mondiale è necessario sostenere un’elevata capacità di assorbimento della domanda globale. Questo si accompagna al controllo delle rotte marittime e dei principali flussi commerciali.
Gli Stati Uniti combinano così due dimensioni: potenza finanziaria e controllo strategico dei mari. Un Paese fortemente orientato all’export e alla manifattura difficilmente potrebbe mantenere il primato del dollaro come valuta di riserva globale.
In questo quadro, anche le dichiarazioni di Trump sui dazi vanno lette non come politiche industriali, ma come meccanismi di drenaggio di risorse e liquidità verso le casse federali. La loro funzione è quella di riallocare ricchezza e capacità economiche per sostenere la competizione militare e tecnologica, in particolare nei confronti della Cina.
La richiesta di riarmo
Trump guida la macchina più potente del mondo e, già per il solo fatto di annunciare o evocare determinati provvedimenti, produce effetti concreti. Anche quando le misure non vengono poi pienamente attuate, la loro semplice enunciazione incide sui mercati, sugli equilibri politici e sulle dinamiche internazionali. Le misure si inseriscono in una logica anticinese, così come la richiesta rivolta ai Paesi europei di aumentare la spesa per il riarmo. L’Europa, in larga parte, ha letto questa sollecitazione soprattutto in chiave industriale e manifatturiera. Nel caso italiano, esiste un’industria della difesa di alto livello, ben integrata nella filiera europea con ricadute rilevanti sul Pil.
In questo quadro, a distanza di circa un anno, gli Stati Uniti hanno evocato l’ipotesi di un ridimensionamento della propria presenza militare in Europa. Si tratta soprattutto di una leva di pressione più che di una decisione, una parte di tale presenza potrebbe essere ridotta, ma va ricordato che in Italia sono stanziati circa 13.800 militari statunitensi, non in forma simbolica o temporanea. Va inoltre considerata la presenza di assetti strategici rilevanti, come le testate nucleari dislocate sul territorio italiano, come in provincia di Brescia.
La presenza americana in Europa non risponde a una logica di protezione diretta dei Paesi ospitanti, ma a una più ampia architettura di proiezione globale della potenza. Mentre l’Europa aumenta la spesa militare con un approccio ancora prevalentemente industriale, il messaggio implicito degli Stati Uniti è che non è sufficiente produrre armamenti, ma imbracciarli in funzione principalmente anticinese e antirussa.
La guerra in Ucraina
La logica di fondo è quella di separare la Russia dalla Cina. Il conflitto ucraino ha contribuito a trasformare la Russia in un partner sostanzialmente subordinato al sistema cinese, rafforzando un asse che per gli Stati Uniti rappresenta un problema strategico rilevante. Si è così consolidato, nel tempo, un nucleo di cooperazione anti-statunitense tra Pechino e Mosca. Un’alleanza non naturale e attraversata da tensioni strutturali, rafforzata dalla presenza di un nemico comune. In questa prospettiva, congelare il conflitto significa tentare una riallocazione degli equilibri, offrire alla Russia una possibile via d’uscita con l’obiettivo di favorire un progressivo distacco dalla Cina. Non si è però arrivati a una sintesi.
Le richieste russe sono risultate troppo ampie e molte di queste condizioni risultano difficilmente accettabili o comunque non pienamente garantibili. Il tentativo di arrivare a un congelamento del conflitto è reale e, in prospettiva, continuerà a far parte della strategia americana. In questo senso, almeno sul piano logico, una sua coerenza interna resta evidente.
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